Qui si parla di Sardegna

floOgni anno il tema delle vacanze mi si ripropone malamente, come il peperone.
Quest’anno invece, le cose si sono aggiustate che meglio non potevano.
Allora il fatto delle mie vacanze, fa così:
vado in Sardegna.

Un’amica mia, tipica sarda emigrata all’estero, ci ospita a  me e all’amica mia dei viaggi dell’ultimo momento. Andiamo a Orosei.

Digressione. Io sono un po’ arrabbiata con i sardi. Spiego.
La faccenda del separatismo. Io non voglio che la Sardegna se ne vada. La Sardegna è pure mia e non la voglio perdere.
Spiego ancora. Se penso all’Italia, alla mia Italia, alla mia personale geografia dell’Italia, la Sardegna esiste, sento la lingua, gli scrittori, la musica, il canto a Tenores, la storia, Eleonora d’Arborea, Gramsci!, tutto quel vento, e tutto quel mare,  i nuraghi, e poi Piero Angela che una volta a Quark disse che forse Atlantide era la Sardegna (mi pare che disse così).
Tutto questo, virgola, sento che mi appartiene.
Continua a leggere

Poi si vede.

12173483-apartments-for-rentAllora, che sto facendo.

Fino a martedì sono andata in giro per cercare un posto, una stanza, un fondo, un quattromura per iniziare il mio progetto.
Non ho trovato niente. troppo caro, troppo piccolo, troppo brutto, fuori mano, abusivo, eccetera eccetera.

Il mio budget per l’affitto non è alto perché ho altri investimenti da fare, va bene, ma pure voi però….
Esempio:
40 mq 900 euro. (no, non stiamo a Milano.)
La mia trattativa: niente, mi si è seccata la gola.
Risposta: vabbè, sì b’ellella, facciamo 800 jà ti voglio venire incontro che sei una ragazza giovane.

Come stanno le cose: i proprietari dei fondi preferiscono tenerli chiusi piuttosto che abbassare il canone. Rischiano con persone che alla firma del contratto assicurano il canone richiesto. Poi succede che riscuotono un paio di mesi, il terzo e il quarto niente e nel migliore dei casi si vedono restituite le chiavi del fondo.. Nel peggiore dei casi, chiamano un avvocato perché il negozio resta aperto ma loro non beccano un soldo perché l’affittuario non paga. E s’attaccano.

E’ pieno di fondi commerciali vuoti. E’ questo che mi urta. Che siano vuoti. Mi urta che questa gente non fa girare i soldi.
Io oggi ti posso pagare X, ma domani, quando l’attività sarà partita, ti potrò pagare X più 1, per la miseria progressiva.
Ma niente. Qua in Italia manchiamo totalmente di prospettiva. Tu paghi delle tasse sul tuo fondo, col mio canone potresti coprire quel costo. No. Meglio vuoto, meglio rischiare sul fesso che apre l’ennesimo negozio di vestiti che a stento arriverà a Natale e poi chiuderà. E starai punto e a capo.
Non ce l’ho con i vestiti. A me piacciono i vestiti.
Ce l’ho con quelli che la fanno facile perché pensano che tanto i vestiti si vendono. Ma non è vero.
Si vendono se sono belli, certo, ma si vendono soprattutto se tu sei del mestiere, se ci capisci qualcosa, se hai qualche buona idea, se sai cosa può piacere alle persone di questo posto. Si vendono se c’è la domanda. C’è la domanda qua?
Mi pare di no. Qua quando vogliamo un po’ di vestiti ci allunghiamo al centro commerciale, o ci facciamo un giro a Napoli o al famosissimo mercato di Caserta alle 7 di mattina, che poi dopo fa troppo caldo e ce ne torniamo.
E poi ce l’ho con i proprietari dei fondi che mancano di prospettiva. Se non dai il fondo a me perché ti posso pagare meno, capisco che tu lo dia a uno che ti assicura più soldi. E’ il mercato e lo so bene.
Ma te li assicura? E’ del mestiere? Che garanzie ti da? Nessuna.
Non vuoi darmi il fondo perché non ti fidi del mercato dei libri, ci può stare, ma i vestiti? Ti fidi di un principiante solo perché ha deciso di vendere vestiti? Ti fidi nonostante la sua palese inesperienza sapendo benissimo che non arriverà a Natale? Pare di si.

Spiegatemi, non ci arrivo.

Domanda: Ma non c’è mercato, come farà il suo affittuario a pagare tutti i mesi?
Risposta: Evvabbè, poi si vede.

Così va la vita, pare.

Sex and giardino

cicale_parisiL’attività sessuale e di corteggiamento tutt’ora in atto nel mio giardino, signorimiei, voi non avete idea.
Esse cantano e si sfregano, ed essi giustamente accorrono. E s’accoppiano. Zitte. Le cicale.

Se fosse così pure nella vita reale, ma lasciamo stare.
Parliamo ancora di, cicale.

Non voglio fare la parte della milanese che si stupisce per il chiasso delle cicale. O forse la sto facendo che ne so. Ma da quando sono tornata a casa, se voglio fare una telefonata, devo chiudere la finestre. Perché esse femmine cantano, essi maschi accorrono, e poi s’accoppiano. Le cicale.

Ve lo ricordate Fonzie? In una puntata va a fare campeggio, nel bosco c’è casino di cicale, e insomma ha sonno, e poi è Fonzie, ve lo ricordate Fonzie?
Eh, Fonzie con una sola parola zittisce le cicale. Io è dal primo luglio che ci provo.  Ma niente.
Sarà l’invidia.

Enjoy the silence

orolIeri sera sul gradino della piazza la mia amica mi ha chiesto come sta andando il rientro.
E’ difficile.
E te l’avevo detto bella mia.

La cosa che mi esaspera di più è il tempo. Averlo.
Non devo mai calcolare i minuti per spostarmi, non devo mai pensare a come arrivare in un posto, mi ci portano, o ci vado a piedi, o prendo anche la macchina, e in meno di mezz’ora sono ovunque io voglia essere.
Ci vediamo verso le 9. Verso.
Si arriva in piazza, e s’aspetta. Con la radio accesa, telefonando, leggendo, o chiacchierando con qualcuno. Che tanto qualcuno che conosci sempre passa. Ti vede dalla sua macchina, si ferma, scende e ti saluta, un bacio dal finestrino aperto, e si fanno chiacchiere coi gomiti poggiati allo sportello, mentre s’aspetta.
L’attesa fa parte dell’uscita. La metti sempre in conto.

I minuti dilatati, la notte silenziosa,  la piazza immensa.

Ieri notte accompagnavo a casa la mia amica, e per strada con i finestrini aperti non si sentiva niente. Di notte, le finestre dormono, come in un libro per bambini. Mi ero così sperduta a guardare quel silenzio che non sentivo il motore, non ho scalato la marcia e ho fatto la salita di quarta.

A Milano il silenzio è clandestino.

Domani me ne vado. #ciaomilano

20130623_135359-1La mia coinquilina si arrabbia perché pure d’inverno quando mi alzo apro il balcone della cucina. Il mio coinquilino sta un’ora sotto la doccia.  Dal mio letto sento l’acqua che sbatte sulla cabina di plexiglass, stamattina ero sveglia, l’ho cronometrato. un’ora.  Sotto l’acqua. La tapparella s’è rotta, la padrona di casa non la riparerà mai.
La moquette è verde mela, o salvia. Salvia.
Il mio scrittoio si regge a incastri, senza viti. Le mie collanine erano appese ai chiodi che aveva lasciato la ragazza che occupava la stanza prima di me. Una parete di gioie.
La poltrona nera è pesantissima, non mi ci sono mai seduta. L’ho coperta con un lenzuolo bianco, il nero in camera non lo voglio, si ruba la luce.
La mia coinquilina occupa sempre tutto lo spazio nel congelatore. Non le diciamo mai niente. Io ho un po’ paura di lei.
Il mio coinquilino è gentile, mi offre sempre la cioccolata, e la frutta secca.
Quando stendo il bucato sullo stendino, per 3 giorni me lo dimentico. Nessuno mi dice niente.

Papà dopo pranzo se non dorme mezz’ora sul divano poi forse il mondo smette di girare. Mamma ha già fatto le amarene quest’anno. La marmellata, il succo, sciroppate. Dice che sono talmente buone che mentre le denocciolava ne ha mangiate una cesta. La priezza.
Nella mia camera dovrò montare un’altra libreria. Voglio aggiustare il giradischi. Appendere un quadro.
Mia mamma quando fa freddo e ci sono i termosifoni accesi poi tiene sempre le porte aperte. Così circola il calore. Che però non resta da nessuna parte. E fa freddo.

20130623_140204-1L’odore della pioggia è uguale dappertutto.
Quando arrivo, domani, spero di trovare ancora rose sul cancello.

Che si dice laggiù

mareCara Milano,
me ne sono andata 3 giorni fuori, al mare, per cose di libri, e no, non l’ho fatto il bagno, e no, i libri non erano una scusa. Ci sono andata proprio per i libri. E però ci sono andata tutta scollacciata così nel frattempo prendevo un po’ di sole. 
Appena sono arrivata mi sono vergognata,  ero così malaticcia e i riminesi così belli e sorridenti, felicemente tamarri col colorito della festa.
Rimini perdonami se sono così bianca candeggina… Rimediami di sole! ho scritto su fb.

Una sola cosa voglio dire su questo festival che si chiama Mare di Libri, mi ha rimesso a posto col senso del mio lavoro, che forse serve ancora…andatevi a vedere di cosa parla questo festival, chi e come l’ha organizzato, chi sono i destinatari, i lettori protagonisti…e capirete. sono andata lì per imparare. sono tornata più intelligente.

A Milano, cara Milano, esistono talmente tanti librai e talmente tante librerie che uno vale l’altro. Ci sono talmente tanti festivalini, tante presentazioni, tanti scrittori in cerca di una vetrina che se pure fai le cose, le attività, gli eventi, alla fine ci vengono sempre gli stessi, hipster dai capelli strani e i vestiti destrutturati, non servono a niente e a nessuno,  se non a farsi belli sui social network, è un citarsi addosso.
Con le dovute piccole eccezioni certo, ma quello che volevo dire cara Milano, è che tutto questo crea rumore, e il lettore fragile non ci viene mica al tuo happening.
Si mette paura. E allora se proprio vuole un libro se ne va alla feltrinelli o alla mondadori dove nessuno lo fa sentire uno sfigato perchè non sa cosa sia un hashtag e pesca dalle rassicuranti pilone di bestseller. Io farei lo stesso.

Io pure mille volte mi sono sentita a disagio. Lo sai Milano che il 90% di quello che succede qua da te nei libri, non arriva nemmeno fino a Firenze? Lo sai Milano che molto di quello che succede nei libri qui da te è una moda passeggera?
All’inizio ero disperata, oddio, ma questi scrittori chi sono? da dove arrivano? di cosa scrivono? ma sono famosi perché conoscono la gente giusta o perché sono bravi davvero? cosa raccontano? la realtà di noi jovani?
disperata. ho iniziato a leggerli tutti. a seguire i loro gli eventi eccetera. e mi sono chiesta: ma se siete così bravi, ma se avete tutta questa visibilità qua, ma perché da firenze in giù nessuno sa di voi?
e mentre mi facevo queste domande ecco che pluf, lo scrittore in questione non era più sulla cresta dell’onda, sostituito da un altro più figo, dice.
e niente, dopo un po’ mi sono arresa. sò troppi, e io una sono. e poi lo scrittore sulla cresta dell’onda non ha mica bisogno del lavoro del libraio. va da solo. si racconta da solo, rimpallato su twitter e facebook.

cara milano, quando me ne sarò andata, ho pensato che un pochino questa cosa mi mancherà, mi mancherà stare in piazza e vedere tutti questi treni che passano e decidere a caso quale prendere. mi mancherà stare tutta inzuppata nel marasma di stimoli che tu m’hai regalato. certo, delle volte mi pareva di essere un animale allo zoo, tipo la foca che sta lì tranquilla ‘chè tanto tra poco passa qualcuno col cibo, ma mi piaceva non fare vientonessuna fatica e essere sicura di stare sempre al passo.
mi mancherà sì. e infatti per paura di restare indietro, tornerò quelle 3/4 volte l’anno per sentire che si dice. e magari, se t’interessa, ti verrò a raccontare che si dice invece lì giù, dove vado a stare io.

Ciao Milano. Ciao.

ciao

Ho venduto la mia libreria alla Sarta dell’Utopia, mentre scrivo aspetto che arrivi. No, mentre aspetto, scrivo.

Ciao Milano, ciao.  Me ne sto andando.
Non sei credibile, dirai, tu ogni tanto te ne vai. Intemperante.

Aspetto che qualcuno si prenda la mia casa, la mia stanza. E poi vado. Ma prima ti saluto, cara Milano.
Lo so già che non mi mancherai. Tu tutta intera, e chi t’ha avuta mai.
Così nascosta, così segreta, nemmeno una piazza assolata, -il duomo non vale- un ponte sul fiume, una passeggiata dentro te.
Cara Milano, tu sempre invisibile.
E forse quello: camminare e non esser nessuno. Camminare e non esser vista. Scomparire.
Ciao.
Me ne torno a casa.
Arrivo,
butta la pasta.

 

 

Cara Milano, ciao. (spoiler!)

Cara Milano,delfini
dice che ci salutiamo. Ma non è un moto da luogo, no, sarà un moto a luogo. Non è colpa tua, non è colpa di nessuno. Dice che ho fatto tutto io, (come sempre).
Però le altre volte s’è trattato di moto da luogo. Il luogo di destinazione non aveva tutta questa importanza. Me ne stavo andando. Che fine facevo ci pensavo poi. Fuggire. Di quello si trattava, sempre.
E invece adesso no. Di fuggire, cara Milano, si può dire che ho smesso.
Ho un indirizzo, una meta, qualcuno che mi viene a prendere alla stazione. Che se ci penso, fuggire è facile. Se poi le cose ti vanno male, puoi sempre dire che non è colpa tua, tanto che ne sapevi la fine che facevi…ti puoi sempre giustificare.  E ricominciare a prendere treni.
E invece, stavolta, cara milano, se va bene, se va male, colpa mia sarà, o merito.
C’era, anzi ci sta ancora, quel libro di Conrad, la linea d’ombra. Io non lo conoscevo il libro. L’ho scoperto in quinto liceo ‘chè c’era la canzone di lorenzo detto jovanotti ispirata al libro che iniziava così: mi offrono un incarico di responsabilità, e invece no, non inizia così, sono andata a controllare, però a un certo punto dice pure è la mia età a mezz’aria in questa condizione di stabilità precaria 

lo sai cara milano, che tutto in questi anni, il motore immobile di tutto è stato l’INstabilità precaria? che se ci pensi è ridondante. la parola instabilità porta in se la precarietà. e invece no, ce ne stava talmente tanta di precarietà che la sola instabilità non ce la faceva a tenerla tutta. e allora ci ho dovuto mettere per forza l’aggettivo.
instabilità nei rapporti umani. lo sai cara milano che se uno è precario nella vita, è precario pure nell’amore? uno ci pensa assai prima di andare da uno e dirgli, ma lo sai che tu, che io, insomma. hai capito. e magari ci ripensa. e non ci va proprio.
ma tu lo sai, cara milano, quanti amori non nascono a milano per questa ragione?

cara milano, io tra un poco me ne vado. non lo so che ti lascio io a te.
tu sicuro un po’ di malinconia, un po’ di occasioni perse, di amori diluiti, amicizie appena nate che chi lo sa, la distanza, cara milano, trenitalia costa assai. no italo no, per carità.

ps. se non hai capito il perché dei delfini, sappi che è un tuo problema. ci azzeccano.

Sono tornata un po’ a casa, ho ritrovato una foto mia da criatura

foto.comMi sa che il fatto della prima comunione non l’ho mai raccontato.
Allora il fatto fa così.
Siamo due sorelle, io e mia sorella appunto, e ci passiamo 4 anni. Lei è più grande.
A un certo punto nella vita di due bambine sorelline arriva il momento di gestire la faccenda della prima comunione.
All’epoca, parliamo del 1984 non era obbligatorio farsi la comunione nel giorno prefissato, uguale per tutti. Potevi fartela il giorno che ti pareva.
E si decise di farla a luglio. Ma non solo, si decise che nonostante io fossi ancora piccola, ma piccola, sono del 79 fatevi il conto, sta comunione ce la dovevamo fare insieme, lo stesso giorno, una festa sola.
Prima comunione vuol dire un sacco di cose, ma non per tutti le stesse. Attenzione.
Per mamma voleva dire: va bene, c’è da organizzare un festa, il vestitino delle bambine, e dove la facciamo sta festa? fa caldo a luglio, in terrazza, ci vuole la terrazza, andiamo da zia L, sì la facciamo da zia L, si ma ci vuole qualcuno che cucini, mi voglio godere la festa, troviamo qualcuno che cucini, e la torta, ci vuole una bella torta saporita (noi ci teniamo alla torta).
Nessun problema, all’epoca, quando ancora facevamo feste e banchetti, mamma subito trovò tutte le soluzioni, e in effetti la festa fu bella, sulla terrazza di zia, con venticello, in campagna.
E pure i vestitini, che all’epoca non si usava l vestito a’munachella, le bambine si mettevano il vestitino d’organza. Mamma ci tiene alle stoffe (ma veramente pure io, che lo so che non si nota perché mi vesto con quelle magliettacce dei negozi da femmina che costano poco, ma ci tengo, giuro, se vedo una bella stoffa lo dico, uh che bella stoffa, la qualità, non c’è niente da fare quando c’è la qualità…)
Andammo a Napoli a via Duomo a comprare la stoffa, che se devi comprare un stoffa bella si va a Napoli a via Duomo, non per niente i negozi da sposa a Napoli stanno tutti a via duomo, e ci sono le stoffe, le mercerie, un’altissima concentrazione di sarte che  manco in Paolo Sarpi a Milano.
Ma prima di comprare la stoffa, mamma comprò tutta una serie di giornaletti di ricami, perché sì la sarta di famiglia ci doveva fare il vestito, ma zia C poi ce lo doveva ricamare.
Bambì, come lo volete il vestito? Mamma è sempre stata molto democratica, le cose nostre ci aiutava a sceglierle, non ci imponeva il gusto suo. Mia sorella, come Picasso era nel suo periodo del giallo, periodo durato anni e anni, decise che i ricamini dovevano essere gialli, io che invece ero nel mio periodo sciantoso, con l’animo più da palcoscenico, decisi che volevo il rosa, il rosa fa signorina, non ci sta niente da fare. Scelti colori, ci mettemmo a guardare i giornali dei ricami per scegliere i ricami. Potevamo scegliere qualsiasi tipo di punto, si dice punto quando si parla di ricami, qualsiasi immagine, che tanto zia C tutti li sapeva fare. E scegliemmo bene, zia C fece un lavoro pazzesco, i vestitini erano bellini e delicati, l’organza era bellissima e i ricami perfetti. Il lato sciantoso devo dire che l’ho perso, epperò se ci aggiungiamo il passato di ballerina, quando si parla d’organza, devo dire che m’emoziono sempre un poco.
I capelli. pure i capelli erano un pensiero per mamma.
Quando facevamo i saggi di danza, mamma ci faceva lo scignòn. No la parrucchiera, no, mamma. Essa ci faceva sedere sulla seggiulina bassa e lei su quella alta. Ci pettinava all’indietro tutti i capelli, e spazzolava e spazzolava. E lisciava con le mani.
mamma non tirare!
e zitta a mamma senò i capelli scappano! 
va bene.
e lisciava, e spazzolava.
poi faceva il codo. (io e mia sorella diciamo codo, no coda). faceva il codo all’altezza giusta e lo stringeva fortissimo, cinquemila giri di elastico faceva, non s’è mai capito che elastico usasse, non si spezzava mai. stretto stretto a’mamma. e poi rispazzolava ancora il codo, e col pettinino stretto, tipo quello dei pidocchi, ripettinava e lisciava ancora. poi arrotolava il codo a mò di cipolla, e infilava mollette e forcine secondo uno schema segreto che il kgb ancora non si capacita. invisibili. infilava mollette e forcine dentro i capelli che poi tu non le rivedevi più. veniva uno scignòn a pallina che tu lo guardavi e ti chiedevi ma come si regge? per opera dello spirito santo? niente. non s’è mai capito. e all’ultimo, bambì chiudete gli occhi, devo spruzzale la lacca. bambì li avete chiusi?
e spruzzava. nuvole e nuvole di lacca Malizia (la Cadonet è da vecchia sisà) che invadeva il bagno e fissavano per sempre i nostri capelli stretti in un nido intricato e segretissimo di forcine e mollettine. durante il saggio, ci poteva essere il vento, la tempesta, potevamo fare salti e capriole ma niente, non si muoveva un capello. la maestra era sempre contenta della perfetta stabilità del nostro schignòn, che non mi credete, era talmente stabile, che i capelli restavano arravogliati a scignòn pure la sera, dopo che mamma ci toglieva tutte le mollettine. 
e niente, per la comunione pure, ci fece lo scignòn.

va bene, ho raccontato solo la parte che riguarda mamma. devo raccontare quella che riguarda mia sorella e in ultimo, ovviamente, la mia. ah, nella foto là sopra, sò io.

Il post che ti racconta che ti racconterà

chiuso_per_ferie

Allora il fatto che voglio raccontare stasera che non piglio sonno, è il fatto che quest’anno sono andata in vacanza da sola per la prima volta.
Il fatto inizia che non è che avessi proprio deciso ah quest’anno vado in vacanza da sola per la prima volta, no, non ci pensavo proprio, il fatto è che avevo vinto le ferie di settembre e a settembre le genti normali tornano dalle ferie, non vanno.  ero rimasta sola per andare in ferie e allora mi sono detta, non ti dispiacere, conta i soldi e prenota da qualche parte.
E infatti non mi sono dispiaciuta. Appena ho realizzato ah quest’anno vado in vacanza da sola per la prima volta, appena ho realizzato, la seconda volta, m’è presa una strana adrenalina.
Posso fare tutto con i miei tempi, andare dove mi va, stare quanto mi pare, spendere come dico io, per quello che voglio io, eccetera eccetera. Mi sono sentita che ne so, come un’eroina, ecco. Allora, deciso che vado da sola, a sto punto devo decidere dove devo andare.
A Cadice, a Cadice voglio andare.
Ci sono quei posti che li pensi ogni tanto, quei posti che ti lasciano il pallino. Io, Cadice. Faccio i conti e i soldi non mi bastano nemmeno per il volo. Guardo lo stesso i posti per dormire, ma andare da sola significa pure spendere di più. 

E subito un’ombra scura si disegnò sul volto della vostra eroina.
Passo due giorni di passione, che faccio, dove vado, 

sono povera me tapina. 

Poi non so come, sono tornata intelligente e ho smesso di lamentarmi, anche se mi sono giocata la quota lagna di un anno… Ho rifatto i conti e ho capito che al massimo potevo restare nella nostra bella Italia. Quindi, ricapitolando, i fatti erano:  sei povera, parti da Milano, vuoi arrivare subito in meno di mezza giornata, vuoi fare almeno 2 tappe in posti che non conosci e  un bagno a mare ce lo devi mettere assolutamente. 20130507_230907
Interrogo google map come fosse una sfera magica, e quella subito, non lo so forse è stato il mouse, quella subito si punta a nordest. Venezia e Trieste.
E io a Venezia e Trieste sono andata.
La foto qua accanto è la foto della mia agendina con gli appunti del viaggio. Quella è la prima pagina.  Sì poi quello è Nando Pagnoncelli, stavo vedendo Ballarò…
Adesso però mi è venuto il sonno.
La prima puntata del viaggio nel prossimo post in cui si parlerà di treno, di Orient Express, di mcdonald solo l’odore, dei nomi della città di Istanbul,  del letto dell’ostello che fa cilang cilang e altro se ci sta.
Lo so, lo so, io ogni tanto dico che scriverò di qualcosa e poi non lo faccio. Tipo il post dei bar di milano. Questi post sono un po’ dei post/cambiale, prendeteli come dei pagherò, e fidatevi.