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Controvento, si chiama Controvento questa libreria

vudivùStavo pensando che tra i lettori di questo blog c’è gente che mi conosce da quando questo blog stava su splinder e  veniva scritto a Perugia in ViadellaViola, quando lavoravo all’Einaudi e raccontavo le mie avventure di neo libraia.  Stavo pensando che è proprio grazie al blog che ridendo e scherzando ho scoperto il gusto del racconto, di quello che si legge certo, ma soprattutto di quello che si scrive.
E niente, volevo dire grazie. Che un blog non è niente se non c’è nessuno che lo legge.

fine delle righe piagnone. parliamo della libreria!!! :D

screensitoI più furbi di voi avranno colto la citazione nel titolo, (@Marco Bertoli pure tu l’hai colta non fare il finto tonno)…
Dall’ultimo post ci sono un po’ di novità:
abbiamo il sito:   www.libreriacontrovento.it  ci sono un po’ di informazioni e l’immancabile blog  con il racconto del perché ho scelto proprio la parola Controvento, c’entra Trieste, la bora, i salti nel vuoto…
Credo che per un po’ scriverò lì. Poi a un certo punto quando mi sarò acquietata… ricomincerò qui a scrivere i fatti miei. state tranquilli, a un certo punto riavrò una vita.

C’è anche la pagina facebook che fa così: http://www.facebook.com/LibreriaControvento

Sto lavorando al catalogo, sto perdendo diottrie, non sto uscendo di casa.
Per farvi un’idea di quello che troverete sui banchi a natale Ieri sera sulla mia bacheca di facebook ho scritto:
mentre voi vi siete goduti il finesettimana qui abbiamo prenotato le robe che si vendono a natale e che ci fanno pagare l’affitto, i classiconi sempreverdi che si vendono un tanto al kilo. e poi se gli anni scorsi era: “purchè si parli di cucina” e via di spezie, cannelle varie ingredienti magici, e quest’anno la sensazione è: poche chiacchiere, purchè si parli di sesso.

Ho attivato il tasto Seguimi sul mio profilo facebook, se volete ci vediamo lì :-)

A che punto siamo con #aprounalibreria

spazioletturamodificatoFacciamo un riepilogo.

Ho deciso il nome.  (chi sa, taccia)
Ho trovato il locale, ci ho messo 5 mesi.
Ho tutti i documenti, ci ho messo un mese.
Ho trovato banco e scaffali. Ci ho messo un altro mese.
Ho deciso il colore.
Sto cercando un elettricista, un imbianchino, un sistema per illuminare.
Stasera abbiamo finito il sito -sempresialodato chi mi ha aiutato-.
Sto aspettando che mi attacchino la luce.
Sto decidendo quale contratto telefonico fare, ma soprattutto con chi.
Ho scritto i progetti per le scuole.
Sto cercando un accordatore per il pianoforte. Sì ci sarà un pianoforte, verticale, per ora.
Sto selezionando musica per la playlist della libreria. Fatevi avanti se ne sapete.
Che più? C’è tutto? Ah! Non notate niente di strano voi che leggete? Non manca niente? Dite che c’è tutto?
I libri! Mancano i libri. Eh. Tutto sto teatro per aprire una libreria e ancora non parliamo di libri, il catalogo, la letteratura. ..
Da domani se tutto va bene posso mettermi a studiare il catalogo.
E dovrei mettere il sito online con il primo post in cui racconto perchè la mia libreria si chiamerà…
:D

nota: per la foto in alto -anteprima del mio spazio lettura- nessun grafico è stato maltrattato…è opera mia!

Strascichi (o strascìni*!?) del parlar di librerie

per la traduzione e l’uso della parola strascìno chiedete ai vostri amici napoletani :-)

526637_579640118735883_2035935240_nSto aprendo una libreria, lo sanno anche i Babilonesi ormai, il post qui sotto che linka un mio post per il blog Cose da Libri sta avendo ancora un po’ di strascichi, tra consigli e polemiche, soprattutto polemiche, ho la casella di posta ancora in attività…

Esiste un prima e un dopo quel post. Dalla sua pubblicazione sono arrivati molti contatti interessanti, librai soprattutto, che lavorano lontano ma con i quali ci stiamo scambiando esperienze. Aspiranti libraie, uffici stampa, scrittori, genti dell’editoria. Bene. Tutte persone con cui dialogare. Per quanto il settore sia in crisi, il desiderio di libri, e di luoghi per i libri, non lo è affatto.
Ho l’agenda piena di appunti scritti in seguito ai commenti e ai suggerimenti di tutti quelli che hanno letto il post e l’hanno fatto girare su facebook e altri socialnetwork.
La condivisione delle esperienze diminuisce la possibilità di errore, ma soprattutto apre la mente.
Dopo anni di lavoro ho il mio punto di vista, che si è formato però solo sulla mia esperienza, nelle librerie in cui ho lavorato e con i lettori che ho incontrato. Non è sufficiente.
Ogni libreria è un microcosmo, un mondo a sé, con i suoi spazi, le sue regole, i suoi ritmi. Da Aosta fino a Lampedusa ( che intanto ha una biblioteca e speriamo presto anche una libreria…) si lavorerà in modo diverso, perché i luoghi, i lettori , soprattutto i lettori, sono diversi, i bisogni e i sogni…sono diversi, e allora i librai sviluppano un modo di lavorare plastico, duttile.
43ff8228108a3d18a5561926b71f8ef8La libreria è un’entità liquida che si adatta al suo contenitore, al mondo che la accoglie, alle voci che arrivano dalla strada.
E per tenere sempre la porta aperta, anche metaforicamente, è importante, secondo me, che librai e lettori si parlino e si scambino esperienze, sogni, consigli e progetti.

Nel prossimo post parlerò di come vorrei il sito web e poi man mano di tutto quello che ha a che fare con l’apertura di una libreria…
perché sì, finalmente, ho trovato il locale!

Nota: nella foto in alto a destra leggevo Foto di Gruppo, Gek Tessaro ed. Lapis alla libreria Utopia di Milano.

Qui si parla di Sardegna

floOgni anno il tema delle vacanze mi si ripropone malamente, come il peperone.
Quest’anno invece, le cose si sono aggiustate che meglio non potevano.
Allora il fatto delle mie vacanze, fa così:
vado in Sardegna.

Un’amica mia, tipica sarda emigrata all’estero, ci ospita a  me e all’amica mia dei viaggi dell’ultimo momento. Andiamo a Orosei.

Digressione. Io sono un po’ arrabbiata con i sardi. Spiego.
La faccenda del separatismo. Io non voglio che la Sardegna se ne vada. La Sardegna è pure mia e non la voglio perdere.
Spiego ancora. Se penso all’Italia, alla mia Italia, alla mia personale geografia dell’Italia, la Sardegna esiste, sento la lingua, gli scrittori, la musica, il canto a Tenores, la storia, Eleonora d’Arborea, Gramsci!, tutto quel vento, e tutto quel mare,  i nuraghi, e poi Piero Angela che una volta a Quark disse che forse Atlantide era la Sardegna (mi pare che disse così).
Tutto questo, virgola, sento che mi appartiene.
Continua a leggere

Poi si vede.

12173483-apartments-for-rentAllora, che sto facendo.

Fino a martedì sono andata in giro per cercare un posto, una stanza, un fondo, un quattromura per iniziare il mio progetto.
Non ho trovato niente. troppo caro, troppo piccolo, troppo brutto, fuori mano, abusivo, eccetera eccetera.

Il mio budget per l’affitto non è alto perché ho altri investimenti da fare, va bene, ma pure voi però….
Esempio:
40 mq 900 euro. (no, non stiamo a Milano.)
La mia trattativa: niente, mi si è seccata la gola.
Risposta: vabbè, sì b’ellella, facciamo 800 jà ti voglio venire incontro che sei una ragazza giovane.

Come stanno le cose: i proprietari dei fondi preferiscono tenerli chiusi piuttosto che abbassare il canone. Rischiano con persone che alla firma del contratto assicurano il canone richiesto. Poi succede che riscuotono un paio di mesi, il terzo e il quarto niente e nel migliore dei casi si vedono restituite le chiavi del fondo.. Nel peggiore dei casi, chiamano un avvocato perché il negozio resta aperto ma loro non beccano un soldo perché l’affittuario non paga. E s’attaccano.

E’ pieno di fondi commerciali vuoti. E’ questo che mi urta. Che siano vuoti. Mi urta che questa gente non fa girare i soldi.
Io oggi ti posso pagare X, ma domani, quando l’attività sarà partita, ti potrò pagare X più 1, per la miseria progressiva.
Ma niente. Qua in Italia manchiamo totalmente di prospettiva. Tu paghi delle tasse sul tuo fondo, col mio canone potresti coprire quel costo. No. Meglio vuoto, meglio rischiare sul fesso che apre l’ennesimo negozio di vestiti che a stento arriverà a Natale e poi chiuderà. E starai punto e a capo.
Non ce l’ho con i vestiti. A me piacciono i vestiti.
Ce l’ho con quelli che la fanno facile perché pensano che tanto i vestiti si vendono. Ma non è vero.
Si vendono se sono belli, certo, ma si vendono soprattutto se tu sei del mestiere, se ci capisci qualcosa, se hai qualche buona idea, se sai cosa può piacere alle persone di questo posto. Si vendono se c’è la domanda. C’è la domanda qua?
Mi pare di no. Qua quando vogliamo un po’ di vestiti ci allunghiamo al centro commerciale, o ci facciamo un giro a Napoli o al famosissimo mercato di Caserta alle 7 di mattina, che poi dopo fa troppo caldo e ce ne torniamo.
E poi ce l’ho con i proprietari dei fondi che mancano di prospettiva. Se non dai il fondo a me perché ti posso pagare meno, capisco che tu lo dia a uno che ti assicura più soldi. E’ il mercato e lo so bene.
Ma te li assicura? E’ del mestiere? Che garanzie ti da? Nessuna.
Non vuoi darmi il fondo perché non ti fidi del mercato dei libri, ci può stare, ma i vestiti? Ti fidi di un principiante solo perché ha deciso di vendere vestiti? Ti fidi nonostante la sua palese inesperienza sapendo benissimo che non arriverà a Natale? Pare di si.

Spiegatemi, non ci arrivo.

Domanda: Ma non c’è mercato, come farà il suo affittuario a pagare tutti i mesi?
Risposta: Evvabbè, poi si vede.

Così va la vita, pare.

Enjoy the silence

orolIeri sera sul gradino della piazza la mia amica mi ha chiesto come sta andando il rientro.
E’ difficile.
E te l’avevo detto bella mia.

La cosa che mi esaspera di più è il tempo. Averlo.
Non devo mai calcolare i minuti per spostarmi, non devo mai pensare a come arrivare in un posto, mi ci portano, o ci vado a piedi, o prendo anche la macchina, e in meno di mezz’ora sono ovunque io voglia essere.
Ci vediamo verso le 9. Verso.
Si arriva in piazza, e s’aspetta. Con la radio accesa, telefonando, leggendo, o chiacchierando con qualcuno. Che tanto qualcuno che conosci sempre passa. Ti vede dalla sua macchina, si ferma, scende e ti saluta, un bacio dal finestrino aperto, e si fanno chiacchiere coi gomiti poggiati allo sportello, mentre s’aspetta.
L’attesa fa parte dell’uscita. La metti sempre in conto.

I minuti dilatati, la notte silenziosa,  la piazza immensa.

Ieri notte accompagnavo a casa la mia amica, e per strada con i finestrini aperti non si sentiva niente. Di notte, le finestre dormono, come in un libro per bambini. Mi ero così sperduta a guardare quel silenzio che non sentivo il motore, non ho scalato la marcia e ho fatto la salita di quarta.

A Milano il silenzio è clandestino.

Che si dice laggiù

mareCara Milano,
me ne sono andata 3 giorni fuori, al mare, per cose di libri, e no, non l’ho fatto il bagno, e no, i libri non erano una scusa. Ci sono andata proprio per i libri. E però ci sono andata tutta scollacciata così nel frattempo prendevo un po’ di sole. 
Appena sono arrivata mi sono vergognata,  ero così malaticcia e i riminesi così belli e sorridenti, felicemente tamarri col colorito della festa.
Rimini perdonami se sono così bianca candeggina… Rimediami di sole! ho scritto su fb.

Una sola cosa voglio dire su questo festival che si chiama Mare di Libri, mi ha rimesso a posto col senso del mio lavoro, che forse serve ancora…andatevi a vedere di cosa parla questo festival, chi e come l’ha organizzato, chi sono i destinatari, i lettori protagonisti…e capirete. sono andata lì per imparare. sono tornata più intelligente.

A Milano, cara Milano, esistono talmente tanti librai e talmente tante librerie che uno vale l’altro. Ci sono talmente tanti festivalini, tante presentazioni, tanti scrittori in cerca di una vetrina che se pure fai le cose, le attività, gli eventi, alla fine ci vengono sempre gli stessi, hipster dai capelli strani e i vestiti destrutturati, non servono a niente e a nessuno,  se non a farsi belli sui social network, è un citarsi addosso.
Con le dovute piccole eccezioni certo, ma quello che volevo dire cara Milano, è che tutto questo crea rumore, e il lettore fragile non ci viene mica al tuo happening.
Si mette paura. E allora se proprio vuole un libro se ne va alla feltrinelli o alla mondadori dove nessuno lo fa sentire uno sfigato perchè non sa cosa sia un hashtag e pesca dalle rassicuranti pilone di bestseller. Io farei lo stesso.

Io pure mille volte mi sono sentita a disagio. Lo sai Milano che il 90% di quello che succede qua da te nei libri, non arriva nemmeno fino a Firenze? Lo sai Milano che molto di quello che succede nei libri qui da te è una moda passeggera?
All’inizio ero disperata, oddio, ma questi scrittori chi sono? da dove arrivano? di cosa scrivono? ma sono famosi perché conoscono la gente giusta o perché sono bravi davvero? cosa raccontano? la realtà di noi jovani?
disperata. ho iniziato a leggerli tutti. a seguire i loro gli eventi eccetera. e mi sono chiesta: ma se siete così bravi, ma se avete tutta questa visibilità qua, ma perché da firenze in giù nessuno sa di voi?
e mentre mi facevo queste domande ecco che pluf, lo scrittore in questione non era più sulla cresta dell’onda, sostituito da un altro più figo, dice.
e niente, dopo un po’ mi sono arresa. sò troppi, e io una sono. e poi lo scrittore sulla cresta dell’onda non ha mica bisogno del lavoro del libraio. va da solo. si racconta da solo, rimpallato su twitter e facebook.

cara milano, quando me ne sarò andata, ho pensato che un pochino questa cosa mi mancherà, mi mancherà stare in piazza e vedere tutti questi treni che passano e decidere a caso quale prendere. mi mancherà stare tutta inzuppata nel marasma di stimoli che tu m’hai regalato. certo, delle volte mi pareva di essere un animale allo zoo, tipo la foca che sta lì tranquilla ‘chè tanto tra poco passa qualcuno col cibo, ma mi piaceva non fare vientonessuna fatica e essere sicura di stare sempre al passo.
mi mancherà sì. e infatti per paura di restare indietro, tornerò quelle 3/4 volte l’anno per sentire che si dice. e magari, se t’interessa, ti verrò a raccontare che si dice invece lì giù, dove vado a stare io.

Sono tornata un po’ a casa, ho ritrovato una foto mia da criatura

foto.comMi sa che il fatto della prima comunione non l’ho mai raccontato.
Allora il fatto fa così.
Siamo due sorelle, io e mia sorella appunto, e ci passiamo 4 anni. Lei è più grande.
A un certo punto nella vita di due bambine sorelline arriva il momento di gestire la faccenda della prima comunione.
All’epoca, parliamo del 1984 non era obbligatorio farsi la comunione nel giorno prefissato, uguale per tutti. Potevi fartela il giorno che ti pareva.
E si decise di farla a luglio. Ma non solo, si decise che nonostante io fossi ancora piccola, ma piccola, sono del 79 fatevi il conto, sta comunione ce la dovevamo fare insieme, lo stesso giorno, una festa sola.
Prima comunione vuol dire un sacco di cose, ma non per tutti le stesse. Attenzione.
Per mamma voleva dire: va bene, c’è da organizzare un festa, il vestitino delle bambine, e dove la facciamo sta festa? fa caldo a luglio, in terrazza, ci vuole la terrazza, andiamo da zia L, sì la facciamo da zia L, si ma ci vuole qualcuno che cucini, mi voglio godere la festa, troviamo qualcuno che cucini, e la torta, ci vuole una bella torta saporita (noi ci teniamo alla torta).
Nessun problema, all’epoca, quando ancora facevamo feste e banchetti, mamma subito trovò tutte le soluzioni, e in effetti la festa fu bella, sulla terrazza di zia, con venticello, in campagna.
E pure i vestitini, che all’epoca non si usava l vestito a’munachella, le bambine si mettevano il vestitino d’organza. Mamma ci tiene alle stoffe (ma veramente pure io, che lo so che non si nota perché mi vesto con quelle magliettacce dei negozi da femmina che costano poco, ma ci tengo, giuro, se vedo una bella stoffa lo dico, uh che bella stoffa, la qualità, non c’è niente da fare quando c’è la qualità…)
Andammo a Napoli a via Duomo a comprare la stoffa, che se devi comprare un stoffa bella si va a Napoli a via Duomo, non per niente i negozi da sposa a Napoli stanno tutti a via duomo, e ci sono le stoffe, le mercerie, un’altissima concentrazione di sarte che  manco in Paolo Sarpi a Milano.
Ma prima di comprare la stoffa, mamma comprò tutta una serie di giornaletti di ricami, perché sì la sarta di famiglia ci doveva fare il vestito, ma zia C poi ce lo doveva ricamare.
Bambì, come lo volete il vestito? Mamma è sempre stata molto democratica, le cose nostre ci aiutava a sceglierle, non ci imponeva il gusto suo. Mia sorella, come Picasso era nel suo periodo del giallo, periodo durato anni e anni, decise che i ricamini dovevano essere gialli, io che invece ero nel mio periodo sciantoso, con l’animo più da palcoscenico, decisi che volevo il rosa, il rosa fa signorina, non ci sta niente da fare. Scelti colori, ci mettemmo a guardare i giornali dei ricami per scegliere i ricami. Potevamo scegliere qualsiasi tipo di punto, si dice punto quando si parla di ricami, qualsiasi immagine, che tanto zia C tutti li sapeva fare. E scegliemmo bene, zia C fece un lavoro pazzesco, i vestitini erano bellini e delicati, l’organza era bellissima e i ricami perfetti. Il lato sciantoso devo dire che l’ho perso, epperò se ci aggiungiamo il passato di ballerina, quando si parla d’organza, devo dire che m’emoziono sempre un poco.
I capelli. pure i capelli erano un pensiero per mamma.
Quando facevamo i saggi di danza, mamma ci faceva lo scignòn. No la parrucchiera, no, mamma. Essa ci faceva sedere sulla seggiulina bassa e lei su quella alta. Ci pettinava all’indietro tutti i capelli, e spazzolava e spazzolava. E lisciava con le mani.
mamma non tirare!
e zitta a mamma senò i capelli scappano! 
va bene.
e lisciava, e spazzolava.
poi faceva il codo. (io e mia sorella diciamo codo, no coda). faceva il codo all’altezza giusta e lo stringeva fortissimo, cinquemila giri di elastico faceva, non s’è mai capito che elastico usasse, non si spezzava mai. stretto stretto a’mamma. e poi rispazzolava ancora il codo, e col pettinino stretto, tipo quello dei pidocchi, ripettinava e lisciava ancora. poi arrotolava il codo a mò di cipolla, e infilava mollette e forcine secondo uno schema segreto che il kgb ancora non si capacita. invisibili. infilava mollette e forcine dentro i capelli che poi tu non le rivedevi più. veniva uno scignòn a pallina che tu lo guardavi e ti chiedevi ma come si regge? per opera dello spirito santo? niente. non s’è mai capito. e all’ultimo, bambì chiudete gli occhi, devo spruzzale la lacca. bambì li avete chiusi?
e spruzzava. nuvole e nuvole di lacca Malizia (la Cadonet è da vecchia sisà) che invadeva il bagno e fissavano per sempre i nostri capelli stretti in un nido intricato e segretissimo di forcine e mollettine. durante il saggio, ci poteva essere il vento, la tempesta, potevamo fare salti e capriole ma niente, non si muoveva un capello. la maestra era sempre contenta della perfetta stabilità del nostro schignòn, che non mi credete, era talmente stabile, che i capelli restavano arravogliati a scignòn pure la sera, dopo che mamma ci toglieva tutte le mollettine. 
e niente, per la comunione pure, ci fece lo scignòn.

va bene, ho raccontato solo la parte che riguarda mamma. devo raccontare quella che riguarda mia sorella e in ultimo, ovviamente, la mia. ah, nella foto là sopra, sò io.

A day in the life

nota: questo post è stato scritto ieri mattina, epperò poi non mi andava internet e non ho potuto postarlo.

Ci siamo. è oggi.
altro che festa del libro, del diritto d’autore, san jordì,  eccetera, oggi in tutto il mondo si festeggia il mio compleanno, essì in tutto il mondo, perché se per esempio mi trovassi in giappone sarebbe comunque il mio compleanno, o sulla luna, o che ne so, nella terra del fuoco.  il mio compleanno è ovunque, il 23 aprile.

nella mia famiglia le ricorrenze si festeggiano assai, ecco perché tutto sto teatro intorno al mio compleanno, no veramente il teatro è nato perché il mio compleanno per quanto mi svegli la mattina piena di gioia, poi finisce che a fine serata sono tristissima per i regali orribili che ho ricevuto. io ogni anno, faccio la conta dei morti.

il giorno del compleanno quando ero più piccola, ero dispensata dal fare le cose in casa, che erano preparare la tavola per la cena, lavare la frutta e sparecchiare. ecco, io non dovevo partecipare a questo rito terribile, soprattutto lavare la frutta. ero dispensata totalmente. ah e mamma mi cucinava le mie cose preferite, soprattutto le patate fritte.
a scuola se era il mio compleanno, a parte che si portavano le pizzette la cocacola e la fanta per festeggiare coi compagni, ma la cosa più importante era che nessuna maestra ti chiamava alla lavagna, e così fino al liceo. professorè oggi è il mio compleanno, ah vebbè non t’interrogo.
all’università niente, finisce la festa. non ti spetta più nessun privilegio. figuriamoci al lavoro.
epperò i forum di cucina a cui mi sono iscritta quando cucinavo assai mi hanno mandato tutti gli auguri, e pure libreriauniversitaria con un buonosconto. amazon no.

a casa mia invece ancora questo giorno è importante. mi telefonano tutti gli zii le zie, i cugini no, sono dispensati, tanto ci pensano i genitori, mamma e papà mi telefonano dicendo all’unisono nella cornetta: auguuuuuri, e io graaaazieeee, e poi mamma dirà e che fai oggi eh? festeggi? e papà: e che ti cucini? bò non lo so poi vedo. e farà una voce tutta interdetta: ma come?! oggi è il tuo compleanno!

più sopra ho accennato ai regali, ai regali di morte che ogni anno ricevo, c’è un post qui sotto e un altro più sotto ancora con il racconto dei regali terribili che infestano questo giorno così importante.
ecco, come ogni anno, anche quest’anno non è da meno. i regali di morte.
ho appena ricevuto una telefonata da zia, (ciao zia) che festante mi annunciava, duepunti: ti ho comprato una bella camicetta rosa coi volàn!

un minuto di silenzio per il volàn.

siete morti? io per un momento sì.
non solo, rosa, ma pure i volàn.  i volàn. sapete cosa sono i volàn? sono delle robe da femmina foufrou.
starebbero bene con la borsa di cavallino secondo me.
non posso fornire prova fotografica, ma spero vi arrivi tutto il mio scoramento…

un amico mio, per sfottere, invece mi scrive:
Ti ho anche comprato numerosi regali assai costosi: fiori di nylon, borsette di pelo di cane, una crociera in Lituania, un disco di musica acusmatica, sei buste di pasti giapponesi liofilizzati, un cuore che ho personalmente realizzato all’uncinetto, sei lattine di birra Poretti, il Meridiano Mondadori di Luciana Littizzetto e un abbonamento al Circo di Barcellona.

siamo solo a metà mattina. e la giornata e assai lunga…

edit: nel frattempo ho ricevuto dei regali bellissimi che quindi non fanno notizia.  sisà, la bellezza non fa cronaca, non tiene ironia, manca di pathos.
per amor della letteratura (…) dobbiamo sperare quindi che arrivino altri regali, brutti, così potrò scriverne.

Dei segreti miei

Ma voi lo sapete tenere un segreto?
Io credo di no. Cioè, i segreti degli altri sì, dico i miei, i segreti miei, quelli che io decido che devono essere segreti, no, io non me li so tenere.

E come faccio. Innanzitutto inizio a non dormirci la notte, mi agito, me li sogno, li ingigantisco, mi ci arrovello, ci affogo dentro, vado in loop, penso solo a quello, al segreto, alla cosa che ho deciso che deve essere un segreto.
Io i miei segreti ho bisogno di dirli a qualcuno, di farli uscire, di vederli in prospettiva, di sentire un altro parere, o forse di liberarmene. Perché se sono segreti allora vuol dire che sono cose pesanti, cose difficili, cose da grandi, cose delicate. E allora non voglio soccombere, non voglio davvero affogarci, e così cerco  altra razionalità al di fuori di me,  ho paura di essere troppo emotiva, e allora li condivido. No, condividere non è la parola giusta. Li smezzo. Ecco, io li smezzo, divido il peso, li metto su un tavolo, faccio un po’ di spazio nella mia testa, così circola l’aria, c’è più luce e mi rassereno e trovo prima la soluzione.
Come il bucato. Sì mo spiego. seguitemi.
Avete presente quando stendete il bucato dentro casa tutto appiccicato sullo stendino e i panni non s’asciugano mai, s’asciuga solo la parte di sopra e la punta dei calzini resta sempre umida? e i jeans non ne parliamo? eh. così è la testa mia quando ho un segreto. Caotica, intasata, umidiccia e fastidiosa. Come lo stendino nel corridoio che ostruisce il passaggio.

Immaginate invece una casa di campagna e dietro la casa un filo lunghissimo di bucato attaccato a un capo alla casa e l’altro capo abbracciato a un albero secolare, facciamo una quercia, o un pioppo. Nessuno li pensa mai i pioppi. Ma che gli manca al pioppo rispetto alla quercia? NIente. E’ tutta questione di immaginario. Ma non divaghiamo. Il filo.
Appeso al filo lungo lungo c’è il bucato appena steso, facciamo lenzuola e asciugamani. Belle tese che sbattono al vento e si fanno pure baciare dal sole, che sembrano vele che se guardi bene bene vedi pure le goccioline che se ne volano via.
E ci stai pure tu che ci passi accanto e senti l’odore di sapone di marsiglia che si spande nel giardino. E se sei piccola invece ci passi sotto correndo con la bici così entri dentro quel profumo e esci dall’altra parte col lenzuolo che ti accarezza la faccia.  E sei felice.
Ecco. L’avete visto il film? Così. Pare il mulino bianco lo so.
Io così mi sento quando ho condiviso un segreto. Mi sento che mi posso fare i giri sulla bici senza rotelle in mezzo al bucato profumato, bello steso che si vedono tutti i decori, i ricamini piccoli delle lenzuola, li vedo bene e li seguo con il dito, come un disegno.
E sono felice.