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Decidity

Che faccio?!
Ricomincio a scriverci qua dentro? O continuo a fare finta che questo posto non esista? E che sedermi a scrivere è davvero l’unica cosa che ho fatto sempre senza fermarmi mai tranne adesso? Faccio finta? Cambio il nome del blog? O resto in bilico nella terza città come (ancora) nel mio quotidiano? E poi, me li taglio i capelli?  E ancora, cos’ altro ancora?
Continua tu.

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Controvento, si chiama Controvento questa libreria

vudivùStavo pensando che tra i lettori di questo blog c’è gente che mi conosce da quando questo blog stava su splinder e  veniva scritto a Perugia in ViadellaViola, quando lavoravo all’Einaudi e raccontavo le mie avventure di neo libraia.  Stavo pensando che è proprio grazie al blog che ridendo e scherzando ho scoperto il gusto del racconto, di quello che si legge certo, ma soprattutto di quello che si scrive.
E niente, volevo dire grazie. Che un blog non è niente se non c’è nessuno che lo legge.

fine delle righe piagnone. parliamo della libreria!!! :D

screensitoI più furbi di voi avranno colto la citazione nel titolo, (@Marco Bertoli pure tu l’hai colta non fare il finto tonno)…
Dall’ultimo post ci sono un po’ di novità:
abbiamo il sito:   www.libreriacontrovento.it  ci sono un po’ di informazioni e l’immancabile blog  con il racconto del perché ho scelto proprio la parola Controvento, c’entra Trieste, la bora, i salti nel vuoto…
Credo che per un po’ scriverò lì. Poi a un certo punto quando mi sarò acquietata… ricomincerò qui a scrivere i fatti miei. state tranquilli, a un certo punto riavrò una vita.

C’è anche la pagina facebook che fa così: http://www.facebook.com/LibreriaControvento

Sto lavorando al catalogo, sto perdendo diottrie, non sto uscendo di casa.
Per farvi un’idea di quello che troverete sui banchi a natale Ieri sera sulla mia bacheca di facebook ho scritto:
mentre voi vi siete goduti il finesettimana qui abbiamo prenotato le robe che si vendono a natale e che ci fanno pagare l’affitto, i classiconi sempreverdi che si vendono un tanto al kilo. e poi se gli anni scorsi era: “purchè si parli di cucina” e via di spezie, cannelle varie ingredienti magici, e quest’anno la sensazione è: poche chiacchiere, purchè si parli di sesso.

Ho attivato il tasto Seguimi sul mio profilo facebook, se volete ci vediamo lì :-)

A che punto siamo con #aprounalibreria

spazioletturamodificatoFacciamo un riepilogo.

Ho deciso il nome.  (chi sa, taccia)
Ho trovato il locale, ci ho messo 5 mesi.
Ho tutti i documenti, ci ho messo un mese.
Ho trovato banco e scaffali. Ci ho messo un altro mese.
Ho deciso il colore.
Sto cercando un elettricista, un imbianchino, un sistema per illuminare.
Stasera abbiamo finito il sito -sempresialodato chi mi ha aiutato-.
Sto aspettando che mi attacchino la luce.
Sto decidendo quale contratto telefonico fare, ma soprattutto con chi.
Ho scritto i progetti per le scuole.
Sto cercando un accordatore per il pianoforte. Sì ci sarà un pianoforte, verticale, per ora.
Sto selezionando musica per la playlist della libreria. Fatevi avanti se ne sapete.
Che più? C’è tutto? Ah! Non notate niente di strano voi che leggete? Non manca niente? Dite che c’è tutto?
I libri! Mancano i libri. Eh. Tutto sto teatro per aprire una libreria e ancora non parliamo di libri, il catalogo, la letteratura. ..
Da domani se tutto va bene posso mettermi a studiare il catalogo.
E dovrei mettere il sito online con il primo post in cui racconto perchè la mia libreria si chiamerà…
:D

nota: per la foto in alto -anteprima del mio spazio lettura- nessun grafico è stato maltrattato…è opera mia!

Strascichi (o strascìni*!?) del parlar di librerie

per la traduzione e l’uso della parola strascìno chiedete ai vostri amici napoletani :-)

526637_579640118735883_2035935240_nSto aprendo una libreria, lo sanno anche i Babilonesi ormai, il post qui sotto che linka un mio post per il blog Cose da Libri sta avendo ancora un po’ di strascichi, tra consigli e polemiche, soprattutto polemiche, ho la casella di posta ancora in attività…

Esiste un prima e un dopo quel post. Dalla sua pubblicazione sono arrivati molti contatti interessanti, librai soprattutto, che lavorano lontano ma con i quali ci stiamo scambiando esperienze. Aspiranti libraie, uffici stampa, scrittori, genti dell’editoria. Bene. Tutte persone con cui dialogare. Per quanto il settore sia in crisi, il desiderio di libri, e di luoghi per i libri, non lo è affatto.
Ho l’agenda piena di appunti scritti in seguito ai commenti e ai suggerimenti di tutti quelli che hanno letto il post e l’hanno fatto girare su facebook e altri socialnetwork.
La condivisione delle esperienze diminuisce la possibilità di errore, ma soprattutto apre la mente.
Dopo anni di lavoro ho il mio punto di vista, che si è formato però solo sulla mia esperienza, nelle librerie in cui ho lavorato e con i lettori che ho incontrato. Non è sufficiente.
Ogni libreria è un microcosmo, un mondo a sé, con i suoi spazi, le sue regole, i suoi ritmi. Da Aosta fino a Lampedusa ( che intanto ha una biblioteca e speriamo presto anche una libreria…) si lavorerà in modo diverso, perché i luoghi, i lettori , soprattutto i lettori, sono diversi, i bisogni e i sogni…sono diversi, e allora i librai sviluppano un modo di lavorare plastico, duttile.
43ff8228108a3d18a5561926b71f8ef8La libreria è un’entità liquida che si adatta al suo contenitore, al mondo che la accoglie, alle voci che arrivano dalla strada.
E per tenere sempre la porta aperta, anche metaforicamente, è importante, secondo me, che librai e lettori si parlino e si scambino esperienze, sogni, consigli e progetti.

Nel prossimo post parlerò di come vorrei il sito web e poi man mano di tutto quello che ha a che fare con l’apertura di una libreria…
perché sì, finalmente, ho trovato il locale!

Nota: nella foto in alto a destra leggevo Foto di Gruppo, Gek Tessaro ed. Lapis alla libreria Utopia di Milano.

Poi si vede.

12173483-apartments-for-rentAllora, che sto facendo.

Fino a martedì sono andata in giro per cercare un posto, una stanza, un fondo, un quattromura per iniziare il mio progetto.
Non ho trovato niente. troppo caro, troppo piccolo, troppo brutto, fuori mano, abusivo, eccetera eccetera.

Il mio budget per l’affitto non è alto perché ho altri investimenti da fare, va bene, ma pure voi però….
Esempio:
40 mq 900 euro. (no, non stiamo a Milano.)
La mia trattativa: niente, mi si è seccata la gola.
Risposta: vabbè, sì b’ellella, facciamo 800 jà ti voglio venire incontro che sei una ragazza giovane.

Come stanno le cose: i proprietari dei fondi preferiscono tenerli chiusi piuttosto che abbassare il canone. Rischiano con persone che alla firma del contratto assicurano il canone richiesto. Poi succede che riscuotono un paio di mesi, il terzo e il quarto niente e nel migliore dei casi si vedono restituite le chiavi del fondo.. Nel peggiore dei casi, chiamano un avvocato perché il negozio resta aperto ma loro non beccano un soldo perché l’affittuario non paga. E s’attaccano.

E’ pieno di fondi commerciali vuoti. E’ questo che mi urta. Che siano vuoti. Mi urta che questa gente non fa girare i soldi.
Io oggi ti posso pagare X, ma domani, quando l’attività sarà partita, ti potrò pagare X più 1, per la miseria progressiva.
Ma niente. Qua in Italia manchiamo totalmente di prospettiva. Tu paghi delle tasse sul tuo fondo, col mio canone potresti coprire quel costo. No. Meglio vuoto, meglio rischiare sul fesso che apre l’ennesimo negozio di vestiti che a stento arriverà a Natale e poi chiuderà. E starai punto e a capo.
Non ce l’ho con i vestiti. A me piacciono i vestiti.
Ce l’ho con quelli che la fanno facile perché pensano che tanto i vestiti si vendono. Ma non è vero.
Si vendono se sono belli, certo, ma si vendono soprattutto se tu sei del mestiere, se ci capisci qualcosa, se hai qualche buona idea, se sai cosa può piacere alle persone di questo posto. Si vendono se c’è la domanda. C’è la domanda qua?
Mi pare di no. Qua quando vogliamo un po’ di vestiti ci allunghiamo al centro commerciale, o ci facciamo un giro a Napoli o al famosissimo mercato di Caserta alle 7 di mattina, che poi dopo fa troppo caldo e ce ne torniamo.
E poi ce l’ho con i proprietari dei fondi che mancano di prospettiva. Se non dai il fondo a me perché ti posso pagare meno, capisco che tu lo dia a uno che ti assicura più soldi. E’ il mercato e lo so bene.
Ma te li assicura? E’ del mestiere? Che garanzie ti da? Nessuna.
Non vuoi darmi il fondo perché non ti fidi del mercato dei libri, ci può stare, ma i vestiti? Ti fidi di un principiante solo perché ha deciso di vendere vestiti? Ti fidi nonostante la sua palese inesperienza sapendo benissimo che non arriverà a Natale? Pare di si.

Spiegatemi, non ci arrivo.

Domanda: Ma non c’è mercato, come farà il suo affittuario a pagare tutti i mesi?
Risposta: Evvabbè, poi si vede.

Così va la vita, pare.

Domani me ne vado. #ciaomilano

20130623_135359-1La mia coinquilina si arrabbia perché pure d’inverno quando mi alzo apro il balcone della cucina. Il mio coinquilino sta un’ora sotto la doccia.  Dal mio letto sento l’acqua che sbatte sulla cabina di plexiglass, stamattina ero sveglia, l’ho cronometrato. un’ora.  Sotto l’acqua. La tapparella s’è rotta, la padrona di casa non la riparerà mai.
La moquette è verde mela, o salvia. Salvia.
Il mio scrittoio si regge a incastri, senza viti. Le mie collanine erano appese ai chiodi che aveva lasciato la ragazza che occupava la stanza prima di me. Una parete di gioie.
La poltrona nera è pesantissima, non mi ci sono mai seduta. L’ho coperta con un lenzuolo bianco, il nero in camera non lo voglio, si ruba la luce.
La mia coinquilina occupa sempre tutto lo spazio nel congelatore. Non le diciamo mai niente. Io ho un po’ paura di lei.
Il mio coinquilino è gentile, mi offre sempre la cioccolata, e la frutta secca.
Quando stendo il bucato sullo stendino, per 3 giorni me lo dimentico. Nessuno mi dice niente.

Papà dopo pranzo se non dorme mezz’ora sul divano poi forse il mondo smette di girare. Mamma ha già fatto le amarene quest’anno. La marmellata, il succo, sciroppate. Dice che sono talmente buone che mentre le denocciolava ne ha mangiate una cesta. La priezza.
Nella mia camera dovrò montare un’altra libreria. Voglio aggiustare il giradischi. Appendere un quadro.
Mia mamma quando fa freddo e ci sono i termosifoni accesi poi tiene sempre le porte aperte. Così circola il calore. Che però non resta da nessuna parte. E fa freddo.

20130623_140204-1L’odore della pioggia è uguale dappertutto.
Quando arrivo, domani, spero di trovare ancora rose sul cancello.

Che si dice laggiù

mareCara Milano,
me ne sono andata 3 giorni fuori, al mare, per cose di libri, e no, non l’ho fatto il bagno, e no, i libri non erano una scusa. Ci sono andata proprio per i libri. E però ci sono andata tutta scollacciata così nel frattempo prendevo un po’ di sole. 
Appena sono arrivata mi sono vergognata,  ero così malaticcia e i riminesi così belli e sorridenti, felicemente tamarri col colorito della festa.
Rimini perdonami se sono così bianca candeggina… Rimediami di sole! ho scritto su fb.

Una sola cosa voglio dire su questo festival che si chiama Mare di Libri, mi ha rimesso a posto col senso del mio lavoro, che forse serve ancora…andatevi a vedere di cosa parla questo festival, chi e come l’ha organizzato, chi sono i destinatari, i lettori protagonisti…e capirete. sono andata lì per imparare. sono tornata più intelligente.

A Milano, cara Milano, esistono talmente tanti librai e talmente tante librerie che uno vale l’altro. Ci sono talmente tanti festivalini, tante presentazioni, tanti scrittori in cerca di una vetrina che se pure fai le cose, le attività, gli eventi, alla fine ci vengono sempre gli stessi, hipster dai capelli strani e i vestiti destrutturati, non servono a niente e a nessuno,  se non a farsi belli sui social network, è un citarsi addosso.
Con le dovute piccole eccezioni certo, ma quello che volevo dire cara Milano, è che tutto questo crea rumore, e il lettore fragile non ci viene mica al tuo happening.
Si mette paura. E allora se proprio vuole un libro se ne va alla feltrinelli o alla mondadori dove nessuno lo fa sentire uno sfigato perchè non sa cosa sia un hashtag e pesca dalle rassicuranti pilone di bestseller. Io farei lo stesso.

Io pure mille volte mi sono sentita a disagio. Lo sai Milano che il 90% di quello che succede qua da te nei libri, non arriva nemmeno fino a Firenze? Lo sai Milano che molto di quello che succede nei libri qui da te è una moda passeggera?
All’inizio ero disperata, oddio, ma questi scrittori chi sono? da dove arrivano? di cosa scrivono? ma sono famosi perché conoscono la gente giusta o perché sono bravi davvero? cosa raccontano? la realtà di noi jovani?
disperata. ho iniziato a leggerli tutti. a seguire i loro gli eventi eccetera. e mi sono chiesta: ma se siete così bravi, ma se avete tutta questa visibilità qua, ma perché da firenze in giù nessuno sa di voi?
e mentre mi facevo queste domande ecco che pluf, lo scrittore in questione non era più sulla cresta dell’onda, sostituito da un altro più figo, dice.
e niente, dopo un po’ mi sono arresa. sò troppi, e io una sono. e poi lo scrittore sulla cresta dell’onda non ha mica bisogno del lavoro del libraio. va da solo. si racconta da solo, rimpallato su twitter e facebook.

cara milano, quando me ne sarò andata, ho pensato che un pochino questa cosa mi mancherà, mi mancherà stare in piazza e vedere tutti questi treni che passano e decidere a caso quale prendere. mi mancherà stare tutta inzuppata nel marasma di stimoli che tu m’hai regalato. certo, delle volte mi pareva di essere un animale allo zoo, tipo la foca che sta lì tranquilla ‘chè tanto tra poco passa qualcuno col cibo, ma mi piaceva non fare vientonessuna fatica e essere sicura di stare sempre al passo.
mi mancherà sì. e infatti per paura di restare indietro, tornerò quelle 3/4 volte l’anno per sentire che si dice. e magari, se t’interessa, ti verrò a raccontare che si dice invece lì giù, dove vado a stare io.

si avvicina pericolosamente

il mio compleanno.

aneddoto.
l’anno dei miei 24, proprio quello della torta piena di candeline che non riuscii a spegnere in un sol soffio (qualche post più sotto c’è tutta la storia) , tornai a casa a sorpresa dall’università, il giorno prima. mamma mi fece la torta e io chiamai gli amici miei per dire: venite che ci mangiamo la torta.
ma tipo nemmeno un’ora prima dell’appuntamento.
e quelli, gli amici miei, poveretti, non ce l’avevano il regalo. e fecero tutti, ma dico tutti, senza mettersi d’accordo, senza una telefonata, un sms, un mail, niente, fecero tutti la stessa pensata. mi portarono un mazzo di fiori. uno a testa.

mi piacciono a me i mazzi di fiori?
nooo.
ma tutti eh. tutti col mazzolino , tanto che maria la fioraia ancora m’abbraccia quando mi vede.
mi pare l’inaugurazione di un negozio. disse mio padre.

un altro anno mia mamma mi regalò una borsetta rossa con la parte anteriore fatta di pelo di cavallino. si avete capito. no, mia mamma non è roberto cavalli.
me la regalò dicendo: tanto lo so che non ti piace, ma almeno sto con la coscienza pulita sapendo di avere scelto una cosa alla moda.
su quale pianeta le borse di cavallino siano andate di moda ancora me lo sto chiedendo. andai a cambiarla e mi feci fare un buono. non c’era nemmeno una borsa che mi piacesse. alla fine il buono l’ha usato mia mamma.
ve l’ho detto che i miei compleanni sono una storia triste.

un altro anno, non mi ricordo chi, mi regalò una borsa fatta all’uncinetto, a righe bianche e blu con dei frutti pendenti, tutti colorati, sempre fatti all’uncinetto.
no, non avevo 3 anni, ero sempre all’università. adesso la usa mia nipote, 3 anni (lei sì), no nemmeno lei la usa, non tiene il coraggio,  ci gioca, è la borsa della la sua bambolina.

tra qualche giorno è il mio compleanno.  ne faccio 34.
ho 3 capelli bianchi, uno a sinistra della faccia e 2 a destra. proprio all’attaccatura. mia sorella i suoi 3 o 4 se li tinge la mattina col mascara. mamma ha iniziato a farsi l’hennè pochissimi anni fa. ma solo perché quelli bianchi parevano fosforescenti sul nero corvino.  ho due rughe sulla fronte, le rughe di quando la fronte si aggrotta. il mio amico coreano mi diceva che non devo aggrottare la fronte,  perché così svio le energie. esse, mi diceva, vanno da su a giù in giro per il tuo corpo, ma se tu aggrotti la fronte, crei delle linee orizzontali che ostacolano la libera circolazione del flusso.
va bene ci dissi, aggrottando la fronte.

non lo so come andrà questo compleanno, so che c’è già un regalo pronto per me, so che ce ne sono alcuni in preparazione, so che ho creato delle ansie.

io nel dubbio, vado a ballare il tip tap.

Penelope, Penelope…

Penelope, Penelope, a chi aspetti Penelope?
Se mai un giorno faccio una figlia di sicuro non la chiamo Penelope.

Una settimana fa circa sono andata a teatro a vedere uno spettacolo che parla di uno che la sfiga lo coglie e tutte le tenta ma non ci riesce mica a tornare a casa. Cioè a casa alla fine, ma proprio alla fine ci torna, ci mette 20 anni, no anzi 19, ci riesce, aiutato dal fato e da una certa Atena. No nemmeno Atena la chiamo mia figlia.

Casa sua si chiama Itaca, sì Itaca forse la potrei chiamare, oddio no, sai come la prendono in giro poi a scuola. No meglio che no.
E insomma è la storia di uno, abbastanza fico devo dire questo sì,  tale Odisseo, Ulisse per gli amici, che con la scusa che la sfiga lo coglie e s’allunga la strada verso casa, se la gode, diciamoci la verità. Se la spassa con le streghe ammaliatrici, non si perde un’avventura, gozzoviglia e lussureggia quando può e alla fine, sì vabbé quasi morto stremato, arriva a casa dalla moglie Penelope, che invece di riempirlo di mazzate, mozzichi e strascini, lo riaccoglie nel talamo nuziale.
Cose da pazzi.

Penelope Penelope, non c’hai capito niente. Cioè te la potevi godere pure tu in quei 20 anni, no anzi 19, te la potevi spassare alla muta muta senza perdere il gusto della tua pelle migliore, e invece no, te ne sei stata là sul balcone di casa a invocare le dee dell’olimpo, a lamentarti col destino, languida e bella come una polena, invece di farti la ceretta, cotonarti i capelli e laccarti le unghie.  Sai come ti avrebbero guardata nella piazza di Itaca?! Tutte le zitelle del mercato avrebbero sparlato di te invidiandoti a morte! Certo, solo tu avresti saputo i segreti del tuo cuore,  ma siamo donne, siamo abituate a chiudere il rubinetto dell’amore se chi vogliamo o non ci vuole o non ci sta.
Ma ci pensi Penelope, dopo tutti questi secoli qua ancora stiamo a parlare di voi? Di te? Ma te la sei letta la storia? Ma lo sai che ti hanno mentito per tutto sto tempo?  Te l’hanno cantata come la storia di tuo marito, quel disgraziato fedifrago, malandrino, delinquente e ammaliatore, e invece no! Tutta la storia racconta di tuo marito che cerca di tornare a casa sì, ma da te! E pur di tornare a momenti s’ammazza. Questo in sintesi.
Sei tu il centro di tutto, e non te ne sei mai accorta.
Penelope Penelope, a chi aspetti Penelope?
Tuo marito a un certo punto è tornato. Ma la vita tua?

Io un giorno se faccio una figlia la chiamo Saetta.

Dei segreti miei

Ma voi lo sapete tenere un segreto?
Io credo di no. Cioè, i segreti degli altri sì, dico i miei, i segreti miei, quelli che io decido che devono essere segreti, no, io non me li so tenere.

E come faccio. Innanzitutto inizio a non dormirci la notte, mi agito, me li sogno, li ingigantisco, mi ci arrovello, ci affogo dentro, vado in loop, penso solo a quello, al segreto, alla cosa che ho deciso che deve essere un segreto.
Io i miei segreti ho bisogno di dirli a qualcuno, di farli uscire, di vederli in prospettiva, di sentire un altro parere, o forse di liberarmene. Perché se sono segreti allora vuol dire che sono cose pesanti, cose difficili, cose da grandi, cose delicate. E allora non voglio soccombere, non voglio davvero affogarci, e così cerco  altra razionalità al di fuori di me,  ho paura di essere troppo emotiva, e allora li condivido. No, condividere non è la parola giusta. Li smezzo. Ecco, io li smezzo, divido il peso, li metto su un tavolo, faccio un po’ di spazio nella mia testa, così circola l’aria, c’è più luce e mi rassereno e trovo prima la soluzione.
Come il bucato. Sì mo spiego. seguitemi.
Avete presente quando stendete il bucato dentro casa tutto appiccicato sullo stendino e i panni non s’asciugano mai, s’asciuga solo la parte di sopra e la punta dei calzini resta sempre umida? e i jeans non ne parliamo? eh. così è la testa mia quando ho un segreto. Caotica, intasata, umidiccia e fastidiosa. Come lo stendino nel corridoio che ostruisce il passaggio.

Immaginate invece una casa di campagna e dietro la casa un filo lunghissimo di bucato attaccato a un capo alla casa e l’altro capo abbracciato a un albero secolare, facciamo una quercia, o un pioppo. Nessuno li pensa mai i pioppi. Ma che gli manca al pioppo rispetto alla quercia? NIente. E’ tutta questione di immaginario. Ma non divaghiamo. Il filo.
Appeso al filo lungo lungo c’è il bucato appena steso, facciamo lenzuola e asciugamani. Belle tese che sbattono al vento e si fanno pure baciare dal sole, che sembrano vele che se guardi bene bene vedi pure le goccioline che se ne volano via.
E ci stai pure tu che ci passi accanto e senti l’odore di sapone di marsiglia che si spande nel giardino. E se sei piccola invece ci passi sotto correndo con la bici così entri dentro quel profumo e esci dall’altra parte col lenzuolo che ti accarezza la faccia.  E sei felice.
Ecco. L’avete visto il film? Così. Pare il mulino bianco lo so.
Io così mi sento quando ho condiviso un segreto. Mi sento che mi posso fare i giri sulla bici senza rotelle in mezzo al bucato profumato, bello steso che si vedono tutti i decori, i ricamini piccoli delle lenzuola, li vedo bene e li seguo con il dito, come un disegno.
E sono felice.