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si avvicina pericolosamente

il mio compleanno.

aneddoto.
l’anno dei miei 24, proprio quello della torta piena di candeline che non riuscii a spegnere in un sol soffio (qualche post più sotto c’è tutta la storia) , tornai a casa a sorpresa dall’università, il giorno prima. mamma mi fece la torta e io chiamai gli amici miei per dire: venite che ci mangiamo la torta.
ma tipo nemmeno un’ora prima dell’appuntamento.
e quelli, gli amici miei, poveretti, non ce l’avevano il regalo. e fecero tutti, ma dico tutti, senza mettersi d’accordo, senza una telefonata, un sms, un mail, niente, fecero tutti la stessa pensata. mi portarono un mazzo di fiori. uno a testa.

mi piacciono a me i mazzi di fiori?
nooo.
ma tutti eh. tutti col mazzolino , tanto che maria la fioraia ancora m’abbraccia quando mi vede.
mi pare l’inaugurazione di un negozio. disse mio padre.

un altro anno mia mamma mi regalò una borsetta rossa con la parte anteriore fatta di pelo di cavallino. si avete capito. no, mia mamma non è roberto cavalli.
me la regalò dicendo: tanto lo so che non ti piace, ma almeno sto con la coscienza pulita sapendo di avere scelto una cosa alla moda.
su quale pianeta le borse di cavallino siano andate di moda ancora me lo sto chiedendo. andai a cambiarla e mi feci fare un buono. non c’era nemmeno una borsa che mi piacesse. alla fine il buono l’ha usato mia mamma.
ve l’ho detto che i miei compleanni sono una storia triste.

un altro anno, non mi ricordo chi, mi regalò una borsa fatta all’uncinetto, a righe bianche e blu con dei frutti pendenti, tutti colorati, sempre fatti all’uncinetto.
no, non avevo 3 anni, ero sempre all’università. adesso la usa mia nipote, 3 anni (lei sì), no nemmeno lei la usa, non tiene il coraggio,  ci gioca, è la borsa della la sua bambolina.

tra qualche giorno è il mio compleanno.  ne faccio 34.
ho 3 capelli bianchi, uno a sinistra della faccia e 2 a destra. proprio all’attaccatura. mia sorella i suoi 3 o 4 se li tinge la mattina col mascara. mamma ha iniziato a farsi l’hennè pochissimi anni fa. ma solo perché quelli bianchi parevano fosforescenti sul nero corvino.  ho due rughe sulla fronte, le rughe di quando la fronte si aggrotta. il mio amico coreano mi diceva che non devo aggrottare la fronte,  perché così svio le energie. esse, mi diceva, vanno da su a giù in giro per il tuo corpo, ma se tu aggrotti la fronte, crei delle linee orizzontali che ostacolano la libera circolazione del flusso.
va bene ci dissi, aggrottando la fronte.

non lo so come andrà questo compleanno, so che c’è già un regalo pronto per me, so che ce ne sono alcuni in preparazione, so che ho creato delle ansie.

io nel dubbio, vado a ballare il tip tap.

Penelope, Penelope…

Penelope, Penelope, a chi aspetti Penelope?
Se mai un giorno faccio una figlia di sicuro non la chiamo Penelope.

Una settimana fa circa sono andata a teatro a vedere uno spettacolo che parla di uno che la sfiga lo coglie e tutte le tenta ma non ci riesce mica a tornare a casa. Cioè a casa alla fine, ma proprio alla fine ci torna, ci mette 20 anni, no anzi 19, ci riesce, aiutato dal fato e da una certa Atena. No nemmeno Atena la chiamo mia figlia.

Casa sua si chiama Itaca, sì Itaca forse la potrei chiamare, oddio no, sai come la prendono in giro poi a scuola. No meglio che no.
E insomma è la storia di uno, abbastanza fico devo dire questo sì,  tale Odisseo, Ulisse per gli amici, che con la scusa che la sfiga lo coglie e s’allunga la strada verso casa, se la gode, diciamoci la verità. Se la spassa con le streghe ammaliatrici, non si perde un’avventura, gozzoviglia e lussureggia quando può e alla fine, sì vabbé quasi morto stremato, arriva a casa dalla moglie Penelope, che invece di riempirlo di mazzate, mozzichi e strascini, lo riaccoglie nel talamo nuziale.
Cose da pazzi.

Penelope Penelope, non c’hai capito niente. Cioè te la potevi godere pure tu in quei 20 anni, no anzi 19, te la potevi spassare alla muta muta senza perdere il gusto della tua pelle migliore, e invece no, te ne sei stata là sul balcone di casa a invocare le dee dell’olimpo, a lamentarti col destino, languida e bella come una polena, invece di farti la ceretta, cotonarti i capelli e laccarti le unghie.  Sai come ti avrebbero guardata nella piazza di Itaca?! Tutte le zitelle del mercato avrebbero sparlato di te invidiandoti a morte! Certo, solo tu avresti saputo i segreti del tuo cuore,  ma siamo donne, siamo abituate a chiudere il rubinetto dell’amore se chi vogliamo o non ci vuole o non ci sta.
Ma ci pensi Penelope, dopo tutti questi secoli qua ancora stiamo a parlare di voi? Di te? Ma te la sei letta la storia? Ma lo sai che ti hanno mentito per tutto sto tempo?  Te l’hanno cantata come la storia di tuo marito, quel disgraziato fedifrago, malandrino, delinquente e ammaliatore, e invece no! Tutta la storia racconta di tuo marito che cerca di tornare a casa sì, ma da te! E pur di tornare a momenti s’ammazza. Questo in sintesi.
Sei tu il centro di tutto, e non te ne sei mai accorta.
Penelope Penelope, a chi aspetti Penelope?
Tuo marito a un certo punto è tornato. Ma la vita tua?

Io un giorno se faccio una figlia la chiamo Saetta.

Dei segreti miei

Ma voi lo sapete tenere un segreto?
Io credo di no. Cioè, i segreti degli altri sì, dico i miei, i segreti miei, quelli che io decido che devono essere segreti, no, io non me li so tenere.

E come faccio. Innanzitutto inizio a non dormirci la notte, mi agito, me li sogno, li ingigantisco, mi ci arrovello, ci affogo dentro, vado in loop, penso solo a quello, al segreto, alla cosa che ho deciso che deve essere un segreto.
Io i miei segreti ho bisogno di dirli a qualcuno, di farli uscire, di vederli in prospettiva, di sentire un altro parere, o forse di liberarmene. Perché se sono segreti allora vuol dire che sono cose pesanti, cose difficili, cose da grandi, cose delicate. E allora non voglio soccombere, non voglio davvero affogarci, e così cerco  altra razionalità al di fuori di me,  ho paura di essere troppo emotiva, e allora li condivido. No, condividere non è la parola giusta. Li smezzo. Ecco, io li smezzo, divido il peso, li metto su un tavolo, faccio un po’ di spazio nella mia testa, così circola l’aria, c’è più luce e mi rassereno e trovo prima la soluzione.
Come il bucato. Sì mo spiego. seguitemi.
Avete presente quando stendete il bucato dentro casa tutto appiccicato sullo stendino e i panni non s’asciugano mai, s’asciuga solo la parte di sopra e la punta dei calzini resta sempre umida? e i jeans non ne parliamo? eh. così è la testa mia quando ho un segreto. Caotica, intasata, umidiccia e fastidiosa. Come lo stendino nel corridoio che ostruisce il passaggio.

Immaginate invece una casa di campagna e dietro la casa un filo lunghissimo di bucato attaccato a un capo alla casa e l’altro capo abbracciato a un albero secolare, facciamo una quercia, o un pioppo. Nessuno li pensa mai i pioppi. Ma che gli manca al pioppo rispetto alla quercia? NIente. E’ tutta questione di immaginario. Ma non divaghiamo. Il filo.
Appeso al filo lungo lungo c’è il bucato appena steso, facciamo lenzuola e asciugamani. Belle tese che sbattono al vento e si fanno pure baciare dal sole, che sembrano vele che se guardi bene bene vedi pure le goccioline che se ne volano via.
E ci stai pure tu che ci passi accanto e senti l’odore di sapone di marsiglia che si spande nel giardino. E se sei piccola invece ci passi sotto correndo con la bici così entri dentro quel profumo e esci dall’altra parte col lenzuolo che ti accarezza la faccia.  E sei felice.
Ecco. L’avete visto il film? Così. Pare il mulino bianco lo so.
Io così mi sento quando ho condiviso un segreto. Mi sento che mi posso fare i giri sulla bici senza rotelle in mezzo al bucato profumato, bello steso che si vedono tutti i decori, i ricamini piccoli delle lenzuola, li vedo bene e li seguo con il dito, come un disegno.
E sono felice.

Skating Away

Prima sognavo sempre di volare, però no altissimo, diciamo ad altezza d’uomo, sorvolavo, ecco, sorvolavo, mi suona meglio. Sorvolavo le stanze, le piazze con la gente, la mia classe del liceo, la mia classe di danza, la libreria, parevo uno spiritello.
poi ho sognato che andavo nei posti ed ero vestita sbagliata, c’era freddo e io ero vestita da california, o mi ero scordata una parte dei vestiti, le scarpe o la maglia, o i jeans.
senza fare psicologia spicciola è ovvio che mi sentissi inadeguata in quei periodi, i periodi del cambiamento da una città all’altra, da un lavoro all’altro, sarò brava? sarò capace? oddio gli altri sanno tutto e io non so niente! mi prenderanno sul serio? cose così.
mò invece, è un mese che faccio un altro sogno. bellissimo se possibile.
io pattino. pattino in salita, pattino per le scale, sempre in salita, pattino non sulla pista, no, io pattino in città, schivo le macchine, supero gli autobus a sinistra, screnzata! m’ha urlato una signora stanotte, pattino sui binari del tram, vabè di un sogno parliamo…., pattino sulle strade periferiche di paese quelle tutte brecciose che nessuno va mai a sistemare, quelle coi dossi che ci passano i camion e le macchine veloci che tanto pensano chi mai ci deve passare qua? io ci passo! coi pattini. e state attenti.
stanotte avevo dei pattini blu, tipo quelli fisher price, quelli grossoni, con 4 rotelle, non il massimo del dinamismo, ma io niente, io pattinavo in salita senza sforzo. e mi fermavo pure ogni tanto a guardarmi intorno, e non scivolavo giù.
ho pattinato in salita per le scalette di sant’ercolano a perugia, ho pattinato in salita per quella strada a Cerreto che sbuca per la via di Guardia, quella tutta in salita che “sarebbe chiusa al traffico” dietro casa di zia L., che ci si andava con la panda a provare a partenza in salita quando c’era l’esame della patente, quella via là tutta sbrecciosa che mentre pattinavo in salita mi ricordo che è passata una gallina correndo.
io di notte vado pattinando.
la notte tra giovedì e venerdì, che è stata terribile, avevo un sacco di pensieri terribili, ho pattinato per milano di notte e non c’era nemmeno un lampione. era buissimo. solo i fari delle macchine e dei tram che sbucavano all’improvviso mi venivano contro. ma per fortuna mi sono salvata. svegliata.
questi sogni di pattini me li sto segnando. almeno quello che ricordo, i posti, le salite, la forma dei pattini.
stanotte erano pattini blu, due notti fa avevo dei pattini quelli con la caviglia alta, quelli con tutti i laccetti, d’oro erano, i laccetti e pure i pattini, dorati.
la mattina mi sto svegliando con tutto un dolore di gambe, dice che pattinare fa venire le gambe belle… ma se pattino nel sogno vale lo stesso?
nei sogni non ho mai i pattini da runner seria, da tipa tosta, io non sono una tipa tosta. io se mi guardi non faccio mica paura. nemmeno nel sogno. come la tipa nella foto. così sono io. la foto si chiama “felice giovane donna sui pattini a rotelle nel parco in autunno” giuro. facciamo che coi pattini sono, sarò così.
mi ci vedo, (mi ci vedo?) col caschetto, no che poi mi acciacca i capelli, il ciclista, no il ciclista nemmeno che fa le cosce a salsiccia,  le ginocchiere, no dai le ginocchiere no che spezzano la circolazione,  e i paragomiti, no nemmeno i paragomiti no, che sfigata. però i guantini della tipa nella foto, quelli sì.
no ma andiamo avanti col sogno, per la vita vera c’è tempo.
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