Archivi categoria: quella cosa degli uomini e delle donne

Sex and giardino

cicale_parisiL’attività sessuale e di corteggiamento tutt’ora in atto nel mio giardino, signorimiei, voi non avete idea.
Esse cantano e si sfregano, ed essi giustamente accorrono. E s’accoppiano. Zitte. Le cicale.

Se fosse così pure nella vita reale, ma lasciamo stare.
Parliamo ancora di, cicale.

Non voglio fare la parte della milanese che si stupisce per il chiasso delle cicale. O forse la sto facendo che ne so. Ma da quando sono tornata a casa, se voglio fare una telefonata, devo chiudere la finestre. Perché esse femmine cantano, essi maschi accorrono, e poi s’accoppiano. Le cicale.

Ve lo ricordate Fonzie? In una puntata va a fare campeggio, nel bosco c’è casino di cicale, e insomma ha sonno, e poi è Fonzie, ve lo ricordate Fonzie?
Eh, Fonzie con una sola parola zittisce le cicale. Io è dal primo luglio che ci provo.  Ma niente.
Sarà l’invidia.

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Penelope, Penelope…

Penelope, Penelope, a chi aspetti Penelope?
Se mai un giorno faccio una figlia di sicuro non la chiamo Penelope.

Una settimana fa circa sono andata a teatro a vedere uno spettacolo che parla di uno che la sfiga lo coglie e tutte le tenta ma non ci riesce mica a tornare a casa. Cioè a casa alla fine, ma proprio alla fine ci torna, ci mette 20 anni, no anzi 19, ci riesce, aiutato dal fato e da una certa Atena. No nemmeno Atena la chiamo mia figlia.

Casa sua si chiama Itaca, sì Itaca forse la potrei chiamare, oddio no, sai come la prendono in giro poi a scuola. No meglio che no.
E insomma è la storia di uno, abbastanza fico devo dire questo sì,  tale Odisseo, Ulisse per gli amici, che con la scusa che la sfiga lo coglie e s’allunga la strada verso casa, se la gode, diciamoci la verità. Se la spassa con le streghe ammaliatrici, non si perde un’avventura, gozzoviglia e lussureggia quando può e alla fine, sì vabbé quasi morto stremato, arriva a casa dalla moglie Penelope, che invece di riempirlo di mazzate, mozzichi e strascini, lo riaccoglie nel talamo nuziale.
Cose da pazzi.

Penelope Penelope, non c’hai capito niente. Cioè te la potevi godere pure tu in quei 20 anni, no anzi 19, te la potevi spassare alla muta muta senza perdere il gusto della tua pelle migliore, e invece no, te ne sei stata là sul balcone di casa a invocare le dee dell’olimpo, a lamentarti col destino, languida e bella come una polena, invece di farti la ceretta, cotonarti i capelli e laccarti le unghie.  Sai come ti avrebbero guardata nella piazza di Itaca?! Tutte le zitelle del mercato avrebbero sparlato di te invidiandoti a morte! Certo, solo tu avresti saputo i segreti del tuo cuore,  ma siamo donne, siamo abituate a chiudere il rubinetto dell’amore se chi vogliamo o non ci vuole o non ci sta.
Ma ci pensi Penelope, dopo tutti questi secoli qua ancora stiamo a parlare di voi? Di te? Ma te la sei letta la storia? Ma lo sai che ti hanno mentito per tutto sto tempo?  Te l’hanno cantata come la storia di tuo marito, quel disgraziato fedifrago, malandrino, delinquente e ammaliatore, e invece no! Tutta la storia racconta di tuo marito che cerca di tornare a casa sì, ma da te! E pur di tornare a momenti s’ammazza. Questo in sintesi.
Sei tu il centro di tutto, e non te ne sei mai accorta.
Penelope Penelope, a chi aspetti Penelope?
Tuo marito a un certo punto è tornato. Ma la vita tua?

Io un giorno se faccio una figlia la chiamo Saetta.

L’idea era parlare dell’incomunicabilità uomo donna

Stasera mentre aspettavo che si cuoceva la verdura per il passato di verdura, mi sono messa a chattare con la mia amica. no non è vero.  la chat è arrivata dopo. mentre tornavo a casa che già lo sapevo che avrei messo a cuocere la verdura per il passato di verdura, già pensavo allo spuntino che avrei fatto mentre l’acqua bolliva e al secondo spuntino che avrei fatto mentre cuoceva le verdura. e così ho fatto. sì la chat è arrivata dopo assai, cioè le verdure ancora stavano a cuocere, che ci vuole un sacco, ma io da due spuntini che avevo programmato ho sforato a 3. essi s’intitolano:

1) panino comprato al forno che se ne compravo due e ci aggiungevo un euro avevo fatto l’anticipo per un appartamento vista duomo, con spalmato lo stracchino che mi ha portato mamma da casa. no, forse è meglio dire prima lo stracchino, ‘chè lo strato che ho fatto sul pane era talmente spesso che vabè, non mi viene la metafora. sarebbe stata una metafora? voi fissati con le parole mi corriggerete lo so.

2)fetta di pan carrè spalmata di maionese mayò che è la mia preferita e poi cosparsa di tonno fatto in casa. no allora, stiamo calmi. quando dico tonno fatto in casa la gente mi ride. esiste, ve lo giuro. mia mamma quando ero piccola lo faceva. compravamo il trancione di tonno al mercato mi pare di pozzuoli, sì si andava apposta, ma in verità secondo me era la scusa, perchè poi facevamo sempre una sosta tattica a un ristorante di pesce sul mare che ancora mi ricordo il profumo degli scampi. e niente si andava a pozzuoli, era pozzuoli? ero piccola, forse era portici. no ma è più probabile pozzuoli. c’è un esperto in sala? mamma sarà andata già a dormire a quest’ora. se avete pazienza vi darò conferma. si ma poi che ve ne frega alla fine? e insomma s’andava a sto mercatone del pesce che io vedevo tutti quegli animaloni marini e mi suggesionavo e poi me li sognavo di notte, i poliponi per esempio, vivi. e mentre mamma sceglieva il trancione giusto, papà si faceva il giro dei banchi, che mica si poteva tornare a casa solo un trancione di tonno. per carità. io credo che il pesce buono e profumato come quello non l’ho mai più mangiato. e poi ci regalavano sempre le alici. un giorno facciamo la ricetta filmata delle alici in tortiera, ricordatemi. sempre se vi interessa.
quando mamma aveva scelto il trancione, pagavamo tutto e lasciavamo tutta la spesona da uno che ce la teneva mentre noi andavamo a gozzovigliare al ristorante di cui sopra. poi tornavamo, prendevamo il pesce, e tronavamo a casa. e mamma subito si metteva a trattare il trancione. non me lo ricordo come faceva. lo cuoceva forse bollito, no, ma una cosa simile, poi ci metteva il pepe rosa e poi sott’olio. e dopo ancora nei barattoli di vetro. e veniva una cosa spettacolare, altro che tonno in scatoletta. ecco, ho avuto in regalo un barattolino minuscolo di tonno cucinato così.
una parte di questo tonno magico l’ho messa sopra la fetta di pancarrè con la mayò. ma ho capito subito che sarebbe arrivata la polizia del tonno fatto in casa. così ho masticato velocemente, ho bevuto l’acqua gassata per pulire la bocca e togliere i sapori e ho chiesto perdono al dio del tonno fatto in casa. così bella purificata ho preso una forchetta e ho finito di mangiare il tonno direttamente dal barattolino. gloria a dio nell’alto del paradiso dei tonni.

3) il terzo spuntino è stato a tradimento. la verdura non si cuoceva, io avevo una fame che quando torno dal lavoro mi mangerei pure il cartone, e ormai avevo pure finito il pane, ho aperto il mobiletto e ho pensato, dai sicuro avrò delle fette biscottate e invece no, il mio mobiletto è tentatore, è un diavolo di mobiletto perchè no, non le avevo le fette biscottate, no, avevo una busta di taralli freschi, sempre dal pacco degli aiuti umanitari di casa e, attenzione,accanto ai taralli: la mia passione. tu chiedimi la cosa che più mi sposta il baricentro e io ti rispondo, si vabbè, tranne le cose ovvie…, io ti rispondo, duepunti,  essi:  i peperonicini tondi piccanti ripieni. l’immagine qua a destra non è ottima, il tonno non è frullato, e manca il capperetto messo a decorare. ecco, questi cosarielli sono la mia passione segreta. e dentro il mobiletto essi giacevano fieri, rossi e piccanti. e no, non era un invito, era una chiamata! e così mentre le verdure cuocevano, ho risposto alla chiamata, mi sono seduta, ho aperto il barattolo e ho alternato: peperoncino, morso al tarallo, morso al tarallo, peperoncino. mi ha raccontato mamma -chè sì li ha fatti lei- che questi cosi erano talmente piccanti che le si è infiammata la mano. nientedimeno. sì, erano assai piccanti: mi si sono aperti i chakra fino alla settima generazione. adesso ciò un ingorgo di energie positive talmente intricato che mi ci vorrebbe un vigile.
li ho finiti tutti. 17. li ho contati. ho chiuso il barattolo, che mica butto l’olio…lo userò poi per condirci una pasta, o no, già che sto ne metto un po’ nel passato di verdure, che direi che a sto punto si sarà cotto. e infatti. ho spento il gas. ho preso il frullatore a immersione, ho versato nel piatto, ho condito con l’olio dei peperoncini e finalmente ho cenato.
un passato di verdure leggero leggero.

i più attenti di voi avranno notato che il post era iniziato che volevo raccontare la chat con la mia amica in cui s’è parlato di quel probelma che tutti i giorni ci attanaglia:  quella cosa degli uomini e delle donne. ma poi le parole hanno preso una piega più saporita… scusate.