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Poi si vede.

12173483-apartments-for-rentAllora, che sto facendo.

Fino a martedì sono andata in giro per cercare un posto, una stanza, un fondo, un quattromura per iniziare il mio progetto.
Non ho trovato niente. troppo caro, troppo piccolo, troppo brutto, fuori mano, abusivo, eccetera eccetera.

Il mio budget per l’affitto non è alto perché ho altri investimenti da fare, va bene, ma pure voi però….
Esempio:
40 mq 900 euro. (no, non stiamo a Milano.)
La mia trattativa: niente, mi si è seccata la gola.
Risposta: vabbè, sì b’ellella, facciamo 800 jà ti voglio venire incontro che sei una ragazza giovane.

Come stanno le cose: i proprietari dei fondi preferiscono tenerli chiusi piuttosto che abbassare il canone. Rischiano con persone che alla firma del contratto assicurano il canone richiesto. Poi succede che riscuotono un paio di mesi, il terzo e il quarto niente e nel migliore dei casi si vedono restituite le chiavi del fondo.. Nel peggiore dei casi, chiamano un avvocato perché il negozio resta aperto ma loro non beccano un soldo perché l’affittuario non paga. E s’attaccano.

E’ pieno di fondi commerciali vuoti. E’ questo che mi urta. Che siano vuoti. Mi urta che questa gente non fa girare i soldi.
Io oggi ti posso pagare X, ma domani, quando l’attività sarà partita, ti potrò pagare X più 1, per la miseria progressiva.
Ma niente. Qua in Italia manchiamo totalmente di prospettiva. Tu paghi delle tasse sul tuo fondo, col mio canone potresti coprire quel costo. No. Meglio vuoto, meglio rischiare sul fesso che apre l’ennesimo negozio di vestiti che a stento arriverà a Natale e poi chiuderà. E starai punto e a capo.
Non ce l’ho con i vestiti. A me piacciono i vestiti.
Ce l’ho con quelli che la fanno facile perché pensano che tanto i vestiti si vendono. Ma non è vero.
Si vendono se sono belli, certo, ma si vendono soprattutto se tu sei del mestiere, se ci capisci qualcosa, se hai qualche buona idea, se sai cosa può piacere alle persone di questo posto. Si vendono se c’è la domanda. C’è la domanda qua?
Mi pare di no. Qua quando vogliamo un po’ di vestiti ci allunghiamo al centro commerciale, o ci facciamo un giro a Napoli o al famosissimo mercato di Caserta alle 7 di mattina, che poi dopo fa troppo caldo e ce ne torniamo.
E poi ce l’ho con i proprietari dei fondi che mancano di prospettiva. Se non dai il fondo a me perché ti posso pagare meno, capisco che tu lo dia a uno che ti assicura più soldi. E’ il mercato e lo so bene.
Ma te li assicura? E’ del mestiere? Che garanzie ti da? Nessuna.
Non vuoi darmi il fondo perché non ti fidi del mercato dei libri, ci può stare, ma i vestiti? Ti fidi di un principiante solo perché ha deciso di vendere vestiti? Ti fidi nonostante la sua palese inesperienza sapendo benissimo che non arriverà a Natale? Pare di si.

Spiegatemi, non ci arrivo.

Domanda: Ma non c’è mercato, come farà il suo affittuario a pagare tutti i mesi?
Risposta: Evvabbè, poi si vede.

Così va la vita, pare.

Che si dice laggiù

mareCara Milano,
me ne sono andata 3 giorni fuori, al mare, per cose di libri, e no, non l’ho fatto il bagno, e no, i libri non erano una scusa. Ci sono andata proprio per i libri. E però ci sono andata tutta scollacciata così nel frattempo prendevo un po’ di sole. 
Appena sono arrivata mi sono vergognata,  ero così malaticcia e i riminesi così belli e sorridenti, felicemente tamarri col colorito della festa.
Rimini perdonami se sono così bianca candeggina… Rimediami di sole! ho scritto su fb.

Una sola cosa voglio dire su questo festival che si chiama Mare di Libri, mi ha rimesso a posto col senso del mio lavoro, che forse serve ancora…andatevi a vedere di cosa parla questo festival, chi e come l’ha organizzato, chi sono i destinatari, i lettori protagonisti…e capirete. sono andata lì per imparare. sono tornata più intelligente.

A Milano, cara Milano, esistono talmente tanti librai e talmente tante librerie che uno vale l’altro. Ci sono talmente tanti festivalini, tante presentazioni, tanti scrittori in cerca di una vetrina che se pure fai le cose, le attività, gli eventi, alla fine ci vengono sempre gli stessi, hipster dai capelli strani e i vestiti destrutturati, non servono a niente e a nessuno,  se non a farsi belli sui social network, è un citarsi addosso.
Con le dovute piccole eccezioni certo, ma quello che volevo dire cara Milano, è che tutto questo crea rumore, e il lettore fragile non ci viene mica al tuo happening.
Si mette paura. E allora se proprio vuole un libro se ne va alla feltrinelli o alla mondadori dove nessuno lo fa sentire uno sfigato perchè non sa cosa sia un hashtag e pesca dalle rassicuranti pilone di bestseller. Io farei lo stesso.

Io pure mille volte mi sono sentita a disagio. Lo sai Milano che il 90% di quello che succede qua da te nei libri, non arriva nemmeno fino a Firenze? Lo sai Milano che molto di quello che succede nei libri qui da te è una moda passeggera?
All’inizio ero disperata, oddio, ma questi scrittori chi sono? da dove arrivano? di cosa scrivono? ma sono famosi perché conoscono la gente giusta o perché sono bravi davvero? cosa raccontano? la realtà di noi jovani?
disperata. ho iniziato a leggerli tutti. a seguire i loro gli eventi eccetera. e mi sono chiesta: ma se siete così bravi, ma se avete tutta questa visibilità qua, ma perché da firenze in giù nessuno sa di voi?
e mentre mi facevo queste domande ecco che pluf, lo scrittore in questione non era più sulla cresta dell’onda, sostituito da un altro più figo, dice.
e niente, dopo un po’ mi sono arresa. sò troppi, e io una sono. e poi lo scrittore sulla cresta dell’onda non ha mica bisogno del lavoro del libraio. va da solo. si racconta da solo, rimpallato su twitter e facebook.

cara milano, quando me ne sarò andata, ho pensato che un pochino questa cosa mi mancherà, mi mancherà stare in piazza e vedere tutti questi treni che passano e decidere a caso quale prendere. mi mancherà stare tutta inzuppata nel marasma di stimoli che tu m’hai regalato. certo, delle volte mi pareva di essere un animale allo zoo, tipo la foca che sta lì tranquilla ‘chè tanto tra poco passa qualcuno col cibo, ma mi piaceva non fare vientonessuna fatica e essere sicura di stare sempre al passo.
mi mancherà sì. e infatti per paura di restare indietro, tornerò quelle 3/4 volte l’anno per sentire che si dice. e magari, se t’interessa, ti verrò a raccontare che si dice invece lì giù, dove vado a stare io.

Il post che ti racconta che ti racconterà

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Allora il fatto che voglio raccontare stasera che non piglio sonno, è il fatto che quest’anno sono andata in vacanza da sola per la prima volta.
Il fatto inizia che non è che avessi proprio deciso ah quest’anno vado in vacanza da sola per la prima volta, no, non ci pensavo proprio, il fatto è che avevo vinto le ferie di settembre e a settembre le genti normali tornano dalle ferie, non vanno.  ero rimasta sola per andare in ferie e allora mi sono detta, non ti dispiacere, conta i soldi e prenota da qualche parte.
E infatti non mi sono dispiaciuta. Appena ho realizzato ah quest’anno vado in vacanza da sola per la prima volta, appena ho realizzato, la seconda volta, m’è presa una strana adrenalina.
Posso fare tutto con i miei tempi, andare dove mi va, stare quanto mi pare, spendere come dico io, per quello che voglio io, eccetera eccetera. Mi sono sentita che ne so, come un’eroina, ecco. Allora, deciso che vado da sola, a sto punto devo decidere dove devo andare.
A Cadice, a Cadice voglio andare.
Ci sono quei posti che li pensi ogni tanto, quei posti che ti lasciano il pallino. Io, Cadice. Faccio i conti e i soldi non mi bastano nemmeno per il volo. Guardo lo stesso i posti per dormire, ma andare da sola significa pure spendere di più. 

E subito un’ombra scura si disegnò sul volto della vostra eroina.
Passo due giorni di passione, che faccio, dove vado, 

sono povera me tapina. 

Poi non so come, sono tornata intelligente e ho smesso di lamentarmi, anche se mi sono giocata la quota lagna di un anno… Ho rifatto i conti e ho capito che al massimo potevo restare nella nostra bella Italia. Quindi, ricapitolando, i fatti erano:  sei povera, parti da Milano, vuoi arrivare subito in meno di mezza giornata, vuoi fare almeno 2 tappe in posti che non conosci e  un bagno a mare ce lo devi mettere assolutamente. 20130507_230907
Interrogo google map come fosse una sfera magica, e quella subito, non lo so forse è stato il mouse, quella subito si punta a nordest. Venezia e Trieste.
E io a Venezia e Trieste sono andata.
La foto qua accanto è la foto della mia agendina con gli appunti del viaggio. Quella è la prima pagina.  Sì poi quello è Nando Pagnoncelli, stavo vedendo Ballarò…
Adesso però mi è venuto il sonno.
La prima puntata del viaggio nel prossimo post in cui si parlerà di treno, di Orient Express, di mcdonald solo l’odore, dei nomi della città di Istanbul,  del letto dell’ostello che fa cilang cilang e altro se ci sta.
Lo so, lo so, io ogni tanto dico che scriverò di qualcosa e poi non lo faccio. Tipo il post dei bar di milano. Questi post sono un po’ dei post/cambiale, prendeteli come dei pagherò, e fidatevi.

A day in the life

nota: questo post è stato scritto ieri mattina, epperò poi non mi andava internet e non ho potuto postarlo.

Ci siamo. è oggi.
altro che festa del libro, del diritto d’autore, san jordì,  eccetera, oggi in tutto il mondo si festeggia il mio compleanno, essì in tutto il mondo, perché se per esempio mi trovassi in giappone sarebbe comunque il mio compleanno, o sulla luna, o che ne so, nella terra del fuoco.  il mio compleanno è ovunque, il 23 aprile.

nella mia famiglia le ricorrenze si festeggiano assai, ecco perché tutto sto teatro intorno al mio compleanno, no veramente il teatro è nato perché il mio compleanno per quanto mi svegli la mattina piena di gioia, poi finisce che a fine serata sono tristissima per i regali orribili che ho ricevuto. io ogni anno, faccio la conta dei morti.

il giorno del compleanno quando ero più piccola, ero dispensata dal fare le cose in casa, che erano preparare la tavola per la cena, lavare la frutta e sparecchiare. ecco, io non dovevo partecipare a questo rito terribile, soprattutto lavare la frutta. ero dispensata totalmente. ah e mamma mi cucinava le mie cose preferite, soprattutto le patate fritte.
a scuola se era il mio compleanno, a parte che si portavano le pizzette la cocacola e la fanta per festeggiare coi compagni, ma la cosa più importante era che nessuna maestra ti chiamava alla lavagna, e così fino al liceo. professorè oggi è il mio compleanno, ah vebbè non t’interrogo.
all’università niente, finisce la festa. non ti spetta più nessun privilegio. figuriamoci al lavoro.
epperò i forum di cucina a cui mi sono iscritta quando cucinavo assai mi hanno mandato tutti gli auguri, e pure libreriauniversitaria con un buonosconto. amazon no.

a casa mia invece ancora questo giorno è importante. mi telefonano tutti gli zii le zie, i cugini no, sono dispensati, tanto ci pensano i genitori, mamma e papà mi telefonano dicendo all’unisono nella cornetta: auguuuuuri, e io graaaazieeee, e poi mamma dirà e che fai oggi eh? festeggi? e papà: e che ti cucini? bò non lo so poi vedo. e farà una voce tutta interdetta: ma come?! oggi è il tuo compleanno!

più sopra ho accennato ai regali, ai regali di morte che ogni anno ricevo, c’è un post qui sotto e un altro più sotto ancora con il racconto dei regali terribili che infestano questo giorno così importante.
ecco, come ogni anno, anche quest’anno non è da meno. i regali di morte.
ho appena ricevuto una telefonata da zia, (ciao zia) che festante mi annunciava, duepunti: ti ho comprato una bella camicetta rosa coi volàn!

un minuto di silenzio per il volàn.

siete morti? io per un momento sì.
non solo, rosa, ma pure i volàn.  i volàn. sapete cosa sono i volàn? sono delle robe da femmina foufrou.
starebbero bene con la borsa di cavallino secondo me.
non posso fornire prova fotografica, ma spero vi arrivi tutto il mio scoramento…

un amico mio, per sfottere, invece mi scrive:
Ti ho anche comprato numerosi regali assai costosi: fiori di nylon, borsette di pelo di cane, una crociera in Lituania, un disco di musica acusmatica, sei buste di pasti giapponesi liofilizzati, un cuore che ho personalmente realizzato all’uncinetto, sei lattine di birra Poretti, il Meridiano Mondadori di Luciana Littizzetto e un abbonamento al Circo di Barcellona.

siamo solo a metà mattina. e la giornata e assai lunga…

edit: nel frattempo ho ricevuto dei regali bellissimi che quindi non fanno notizia.  sisà, la bellezza non fa cronaca, non tiene ironia, manca di pathos.
per amor della letteratura (…) dobbiamo sperare quindi che arrivino altri regali, brutti, così potrò scriverne.

si avvicina pericolosamente

il mio compleanno.

aneddoto.
l’anno dei miei 24, proprio quello della torta piena di candeline che non riuscii a spegnere in un sol soffio (qualche post più sotto c’è tutta la storia) , tornai a casa a sorpresa dall’università, il giorno prima. mamma mi fece la torta e io chiamai gli amici miei per dire: venite che ci mangiamo la torta.
ma tipo nemmeno un’ora prima dell’appuntamento.
e quelli, gli amici miei, poveretti, non ce l’avevano il regalo. e fecero tutti, ma dico tutti, senza mettersi d’accordo, senza una telefonata, un sms, un mail, niente, fecero tutti la stessa pensata. mi portarono un mazzo di fiori. uno a testa.

mi piacciono a me i mazzi di fiori?
nooo.
ma tutti eh. tutti col mazzolino , tanto che maria la fioraia ancora m’abbraccia quando mi vede.
mi pare l’inaugurazione di un negozio. disse mio padre.

un altro anno mia mamma mi regalò una borsetta rossa con la parte anteriore fatta di pelo di cavallino. si avete capito. no, mia mamma non è roberto cavalli.
me la regalò dicendo: tanto lo so che non ti piace, ma almeno sto con la coscienza pulita sapendo di avere scelto una cosa alla moda.
su quale pianeta le borse di cavallino siano andate di moda ancora me lo sto chiedendo. andai a cambiarla e mi feci fare un buono. non c’era nemmeno una borsa che mi piacesse. alla fine il buono l’ha usato mia mamma.
ve l’ho detto che i miei compleanni sono una storia triste.

un altro anno, non mi ricordo chi, mi regalò una borsa fatta all’uncinetto, a righe bianche e blu con dei frutti pendenti, tutti colorati, sempre fatti all’uncinetto.
no, non avevo 3 anni, ero sempre all’università. adesso la usa mia nipote, 3 anni (lei sì), no nemmeno lei la usa, non tiene il coraggio,  ci gioca, è la borsa della la sua bambolina.

tra qualche giorno è il mio compleanno.  ne faccio 34.
ho 3 capelli bianchi, uno a sinistra della faccia e 2 a destra. proprio all’attaccatura. mia sorella i suoi 3 o 4 se li tinge la mattina col mascara. mamma ha iniziato a farsi l’hennè pochissimi anni fa. ma solo perché quelli bianchi parevano fosforescenti sul nero corvino.  ho due rughe sulla fronte, le rughe di quando la fronte si aggrotta. il mio amico coreano mi diceva che non devo aggrottare la fronte,  perché così svio le energie. esse, mi diceva, vanno da su a giù in giro per il tuo corpo, ma se tu aggrotti la fronte, crei delle linee orizzontali che ostacolano la libera circolazione del flusso.
va bene ci dissi, aggrottando la fronte.

non lo so come andrà questo compleanno, so che c’è già un regalo pronto per me, so che ce ne sono alcuni in preparazione, so che ho creato delle ansie.

io nel dubbio, vado a ballare il tip tap.

Penelope, Penelope…

Penelope, Penelope, a chi aspetti Penelope?
Se mai un giorno faccio una figlia di sicuro non la chiamo Penelope.

Una settimana fa circa sono andata a teatro a vedere uno spettacolo che parla di uno che la sfiga lo coglie e tutte le tenta ma non ci riesce mica a tornare a casa. Cioè a casa alla fine, ma proprio alla fine ci torna, ci mette 20 anni, no anzi 19, ci riesce, aiutato dal fato e da una certa Atena. No nemmeno Atena la chiamo mia figlia.

Casa sua si chiama Itaca, sì Itaca forse la potrei chiamare, oddio no, sai come la prendono in giro poi a scuola. No meglio che no.
E insomma è la storia di uno, abbastanza fico devo dire questo sì,  tale Odisseo, Ulisse per gli amici, che con la scusa che la sfiga lo coglie e s’allunga la strada verso casa, se la gode, diciamoci la verità. Se la spassa con le streghe ammaliatrici, non si perde un’avventura, gozzoviglia e lussureggia quando può e alla fine, sì vabbé quasi morto stremato, arriva a casa dalla moglie Penelope, che invece di riempirlo di mazzate, mozzichi e strascini, lo riaccoglie nel talamo nuziale.
Cose da pazzi.

Penelope Penelope, non c’hai capito niente. Cioè te la potevi godere pure tu in quei 20 anni, no anzi 19, te la potevi spassare alla muta muta senza perdere il gusto della tua pelle migliore, e invece no, te ne sei stata là sul balcone di casa a invocare le dee dell’olimpo, a lamentarti col destino, languida e bella come una polena, invece di farti la ceretta, cotonarti i capelli e laccarti le unghie.  Sai come ti avrebbero guardata nella piazza di Itaca?! Tutte le zitelle del mercato avrebbero sparlato di te invidiandoti a morte! Certo, solo tu avresti saputo i segreti del tuo cuore,  ma siamo donne, siamo abituate a chiudere il rubinetto dell’amore se chi vogliamo o non ci vuole o non ci sta.
Ma ci pensi Penelope, dopo tutti questi secoli qua ancora stiamo a parlare di voi? Di te? Ma te la sei letta la storia? Ma lo sai che ti hanno mentito per tutto sto tempo?  Te l’hanno cantata come la storia di tuo marito, quel disgraziato fedifrago, malandrino, delinquente e ammaliatore, e invece no! Tutta la storia racconta di tuo marito che cerca di tornare a casa sì, ma da te! E pur di tornare a momenti s’ammazza. Questo in sintesi.
Sei tu il centro di tutto, e non te ne sei mai accorta.
Penelope Penelope, a chi aspetti Penelope?
Tuo marito a un certo punto è tornato. Ma la vita tua?

Io un giorno se faccio una figlia la chiamo Saetta.

Il post che va pensando per Parigi pt.2

considerazioni varie e sparse su questo stare a parigi, scritte veloci perchè devo uscire.

sono andata a belleville. non mi è piaciuto per niente. mi è parso un ghetto. forse ho girato le motsstradine sbagliate, forse non ho più 25 anni e quella finta integrazione tra mondo arabo e mondo europeo non mi affascina più. ho visto librerie islamiche con manichini in vetrina che indossavano burqa in quella strada che se tu la percorri tutta a scendere arrivi al Marais. mi è parso un controsenso enorme. quel tratto di strada, quei 100 metri di librerie islamiche con libri: il fallimento della modernità, il ruolo della donna coperta, quei manichini -che chi conosce la mia fobia dei manichini potrà immaginare l’ansia che m’è montata…- quei manichini e tutto quel silenzio in quei 100 metri di mondo mi hanno fatto stare male. è un ghetto. non è integrazione. dice che ci vogliono decenni per l’integrazione. per capirsi, per guardarsi in faccia. ma intanto, a me belleville m’è sembrato un posto chiuso. e me ne sono andata a cercare conforto in un biscotto al cioccolato. però la prossima volta che torno a parigi mi ci faccio portare da qualcuno che ne sa.

garsi miei amici che stanno qua sono venuti per vivere la loro vita, una casa, un lavoro, un amore, una città.
no come me in italia che la mia vita è tutta chiusa in tante scatoline: il mio scaffalino al lavoro, la mia camera in un appartamento in condivisione il mio mobiletto in cucina, il mio cassetto in bagno. la mia vita è tutta chiusa in un mobile ikea. vivo in una vita priva di orizzonte. non lo vedo mai l’orizzone a milano. tutte le mie cose in un minuscolo spazio vitale. è un po’ di tempo che penso che per me la migliore forma narrativa è il racconto, non migliore in assoluto, ma migliore per me. secondo me le cose sono legate. il romanzo ha orizzonti più lunghi, a volte infiniti. ma in questa mia vita piccolina io l’orizzonte non riesco più a concepirlo, nemmeno fisicamente. e la mia testa ormai abituata a riporre tutto in cassettini, anche i pensieri, ha un raggio d’azione che s’è accorciato.come i racconti. una storia in poche righe. come la mia vita.
gli amici miei ancora non hanno fatto l’uovo, però poco ci manca. hanno una casa, quasi un madonnalavoro. e la città non è che sia genitile con i nuovi arrivati. la città quando arrivi è dura. che ti credi che stai in vacanza? ti faccio patire per avere i sostegni, ti faccio patire per trovare una casa, ti faccio patire con il francese che se non pronunci bene faccio finta di non aver capito. ti faccio patire per vedere se ti devo credere.
ma alla fine, se resisti, se perseveri, se ti pianti agli uffici e punti gli occhi in faccia all’impiegato e quello non può fare altro che crederti, allora, parigi, diventa una mamma. only the brave. e se tu sei brave, ma tanto brave, ma proprio brave brave brave, tu qua ci resti, ci fai l’uovo, pianti le tende, arredi il mattone e vivi felice. certo, senza bidè.

il post che si chiama filomena pt.1

io mi chiamo filomena. ma non è colpa mia. come i più furbi di voi avranno intuito, filomena era il nome di mia nonna.
mia nonna si chiamava, sì, come me. no io mi chiamo come lei.
nonna filomena io non l’ho mai conosciuta. è morta che mamma aveva meno di 24 anni. a quanto ho capito dai racconti, nonna filomena reggeva il mondo. nonno era stato in guerra, in russia, prigioniero chi lo sa dove, e nonna in italia dice che cacciò i fascisti di casa che si volevano prendere la fede d’oro e le pentole di rame. nonno che faceva la guerra, ma soprattutto la fame faceva in trincea e nonna che si cresceva i figli, mandava avanti il negozio e dice che quando la guerra si stava facendo brutta brutta, alla fine, prima dei mericani, dice che nonna insieme a zio p. e zia m. alzarono un muro finto in cantina per nascondere il cuoio. zio p. e zia m. facevano le scarpe di cuoio di mestiere, ma c’era la guerra, e se non ti stavi attento venivano i soldati e si pigliavano tutto. e quella mia nonna niente gli voleva dare a quei soldati. nè la fede, nè le pentole e soprattutto il cuoio. perchè quando la guerra finiva, poi bisognava riprendere il lavoro, e senza cuoio come si facevano le scarpe? e così in una notte nonna e zio p., che era suo fratello, alzarono un muro, una stanza segreta, l’idea fu di nonna, dicono. e ci misero il cuoio per le scarpe e tutti gli strumenti. poi dopo la guerra il muro fu abbattuto.  e la vita ricominciò.
nonna filomena quando andava a napoli a fare la spesa per il negozio, poi le piaceva andare a via duomo, dove c’erano, ci sono ancora, i negozi con le stoffe. nonna ne capiva di stoffe. così dice mamma che andava sempre con lei per negozi.
e quando esco con mia mamma e andiamo a vedere le stoffe, mamma ancora fa un gesto con la mano, tocca la stoffa, la sente con le dita, la consistenza, la morbidezza, la qualità, come se la mano volesse sentire il sapore. solo che mamma alla mano destra non ha più il tatto, da giovane ha avuto un piccolo incidente. ma quando tocca la stoffa quel gesto lo fa comunque…
nonna filomena sapeva fare un dolce che si chiama spumone, è una specie di pan di spagna ma non so altro, in famiglia se ne parla come si parla di Atlantide, tutti ne parlano, nessuno l’ha visto. almeno noi nipoti.
io mi chiamo filomena come mia nonna. mamma dice che le somiglio.
dice che quando nonno corteggiava nonna, nonna non ne voleva sapere, e allora nonno le cantava una canzone, quella che fa vento vento portami via con te, tu che conosci tutte le mie pene, dille che ancor le voglio tanto bene, sotto le stelle chiare, forse ritornerà l’amor, vento vento, portami via con te!
e poi dice che quando nonno tornò dalla russia, si rincontrarono per strada, mia zia piccola non lo riconobbe, ma nonna sì. si diedero la mano e se ne andarono a casa. e zia dietro che non capiva perchè sua mamma camminava mano nella mano con uno sconosciuto. per una settimana nonno non disse nemmeno una parola. e i figli, i miei zii gli giravano intorno che volevano giocare, parlare, sapere, ma nonno non parlava. e nonna diceva, lasciatelo stare, sta riprendendo calore.
quando mamma s’è sposata con mio papà, nonna era già morta. e zia l., la sorella grande, fece la parte della mamma, le sistemò il velo, le regalò la collana di perle,  le diede il bacio sulla fronte prima di uscire di casa, mise un fiore all’occhiello alla giacca di nonno, che ancora oggi guardo le foto e mi pare un pinguino.

mamma dice sempre che se a volte ci ha soffocato di amore è perchè aveva paura che a noi figlie potesse mancare quello che era mancato a lei.
io mi chiamo filomena per amore.

continua (giuro)

IL post che ti racconta i regali di natale del 2012, ovvero il post della piccola fiammiferaia

Allora, cominciamo col dire che io coi regali sono abbastanza sfigata. La mia famigliastar-wars-pigiama sostiene che è meglio andare alla guerra piuttosto che pensare a un regalo per me. Ma comunque si cimenta maldestra nell’operazione. Mia mamma ogni anno tenta di sfuggire all’ingrato compito dicendo: e se ti do dei soldi e decidi tu cosa comprarti? che poi se scelgo io tu non sei mai contenta lo so già! ma io mi rifiuto. se mi vuoi fare un regalo allora ti devi mettere un momento seduta in raccoglimento, pensarmi intensamente e partorire un idea. che tu dici vabè, tua mamma di parti con te ne ha fatto già uno ben più complicato… e invece no. tu donna che vuoi regalarmi un regalo a natale, tutti i natali, un poco devi soffrire. ma i soldi no. mi sta anche bene nessun regalo. io mica pretendo, ma se tu mi vuoi regalare allora applicati.
e mia mamma si applicò e partorì, duepunti, un pigiama. tipo i pacchi degli aiuti umanitari. tipo quelli delle bancarelle coi panni americani. ce le avete voi al le bancarelle coi panni americani? no però è di un bel cotone, questo sì. che mia mamma ci tiene alla qualità.
antisesso eh? questa è stata la domanda della mia amica C, eccerto, ho risposto.
che un pigiama serve sempre a’mamma. ma è da maschio! eh ma tu niente pupazzi, niente fiocchetti, niente fiorellini, niente frasche…restano solo i pigiami da maschio.  vabè, lo userò credo. nelle notti gelide milanesi sfilerò per casa col mio nuovo pigiama da maschio blu a righine bianche, antisesso. precisiamo. (no, la foto del pigiama no, questo non è un blog che mostra le sue vergogne)

mia sorella. mia sorella è una precisa. se ti vede che ti aggiri nella tua vita disorganizzata essa ti riprende, s’indigna e t’impone una condotta responsabile, sicura e irreprensibile. la sua. antefatto: eravamo ai tornelli della metro, lei si lancia sicura con la sua tessera posizionata nella tasca strategica della giacca e oltrepassa volteggiando il tornello, io, mentre lei a grandi falcate imbocca l’ingresso della metro, io sto ancora là ferma con tutte e due le braccia tuffate nella mia borsa assolutamente PRIVA DI TASCHE a cercare il biglietto… ira funesta con annesso cazziatone e MA IN CHE MONDO VIVI? fine dell’antefatto. questo accadeva anni fa. ora le è giunta voce che non solo mi aggiro nella mia nuova vita milanese con la stessa borsa PRIVA DI TASCHE, è bella assai eh, io mi affeziono, ma che non ho nemmeno un portafogli, ho una pochette con i soldi tutti stropicciati DSC00076dentro e le tessere mischiate agli scontrini ecc. la sua indignazione ha fatto tremare la terra. nientedimeno. mi ha regalato un portafogli con talmente tante tasche che pare una cartucciera. lo userò giuro. devo solo organizzare il pensiero, svuotare la pochette, decidere quali scontrini buttare, sì pure a quelli mi affeziono, e traslocare tutto nella nuova casa/portafogli.  ma forse chiamo una ditta. (nella foto, la mia bellissima kapadaglio, la lampada dell’ikea.)

Terzo regalo da piccola fiammiferaia che deve essere salvata: io quando parlo devo stare attenta perchè poi la gente finisce che mi ascolta, mi prende in parola e agisce. Antefatto:  questo mio amico milanese viene a sapere da me, ma io non mi ricordo assolutamente di averglielo detto, ma per forza io devo essere stata, viene a sapere che io non solo non ho spazio nel mio pc per scaricare la musica (ciao Siae!) ma che non ho nemmeno delle casse, uso quelle incorporate in questo cosetto minuscolo dei puffi da cui scrivo. esso, il mio amico,  s’indigna, gli si stringe il cuore per la tristezza mi racconterà poi, e forse gli faccio pure un po’ pena che mi regala una piccola cassa (con astuccio fantastico che userò per i trucchi per la borsa!) che si mette a molla sullo schermo e una penna usb con un fantastiliardo di megagiga di musica dentro. e io ho pensato, nientedimeno che pena devo averti fatto. torno a casa, infilo la penna nella presa usb, attacco la cassa sullo schermo e accadono due cose di stupore,DSC00075 contemporaneamente, la prima:  il pc si catapulta all’indietro per il peso della cassa, la seconda: la musica. c’è di nuovo della musica nelle mie orecchie. cioè non è che io non abbia più ascoltato musica da quando ho questo pc. è che io ho ascoltato musica IN questo pc. ma tutto quello che sentivo mi pareva una cover degli Intillimani. e poi, come per magia, con la cassa nuova che ha fatto fare la capriola al pc, le mie orecchie si sono fatte un pianto di gioia, le note, i suoni, gli armonici! no vabè mò non esageriamo… ma comunque, abbiamo alzato tantissimo la qualità del suono, e aperto nuovi e  interminati spazi per stipare altra musica. (nella foto sempre protagonista sullo sfondo la mia kapadaglio!)

io invece, mi sono regalata questa torre di pisa.