Archivi categoria: non sono mica una tipa tosta

Poi si vede.

12173483-apartments-for-rentAllora, che sto facendo.

Fino a martedì sono andata in giro per cercare un posto, una stanza, un fondo, un quattromura per iniziare il mio progetto.
Non ho trovato niente. troppo caro, troppo piccolo, troppo brutto, fuori mano, abusivo, eccetera eccetera.

Il mio budget per l’affitto non è alto perché ho altri investimenti da fare, va bene, ma pure voi però….
Esempio:
40 mq 900 euro. (no, non stiamo a Milano.)
La mia trattativa: niente, mi si è seccata la gola.
Risposta: vabbè, sì b’ellella, facciamo 800 jà ti voglio venire incontro che sei una ragazza giovane.

Come stanno le cose: i proprietari dei fondi preferiscono tenerli chiusi piuttosto che abbassare il canone. Rischiano con persone che alla firma del contratto assicurano il canone richiesto. Poi succede che riscuotono un paio di mesi, il terzo e il quarto niente e nel migliore dei casi si vedono restituite le chiavi del fondo.. Nel peggiore dei casi, chiamano un avvocato perché il negozio resta aperto ma loro non beccano un soldo perché l’affittuario non paga. E s’attaccano.

E’ pieno di fondi commerciali vuoti. E’ questo che mi urta. Che siano vuoti. Mi urta che questa gente non fa girare i soldi.
Io oggi ti posso pagare X, ma domani, quando l’attività sarà partita, ti potrò pagare X più 1, per la miseria progressiva.
Ma niente. Qua in Italia manchiamo totalmente di prospettiva. Tu paghi delle tasse sul tuo fondo, col mio canone potresti coprire quel costo. No. Meglio vuoto, meglio rischiare sul fesso che apre l’ennesimo negozio di vestiti che a stento arriverà a Natale e poi chiuderà. E starai punto e a capo.
Non ce l’ho con i vestiti. A me piacciono i vestiti.
Ce l’ho con quelli che la fanno facile perché pensano che tanto i vestiti si vendono. Ma non è vero.
Si vendono se sono belli, certo, ma si vendono soprattutto se tu sei del mestiere, se ci capisci qualcosa, se hai qualche buona idea, se sai cosa può piacere alle persone di questo posto. Si vendono se c’è la domanda. C’è la domanda qua?
Mi pare di no. Qua quando vogliamo un po’ di vestiti ci allunghiamo al centro commerciale, o ci facciamo un giro a Napoli o al famosissimo mercato di Caserta alle 7 di mattina, che poi dopo fa troppo caldo e ce ne torniamo.
E poi ce l’ho con i proprietari dei fondi che mancano di prospettiva. Se non dai il fondo a me perché ti posso pagare meno, capisco che tu lo dia a uno che ti assicura più soldi. E’ il mercato e lo so bene.
Ma te li assicura? E’ del mestiere? Che garanzie ti da? Nessuna.
Non vuoi darmi il fondo perché non ti fidi del mercato dei libri, ci può stare, ma i vestiti? Ti fidi di un principiante solo perché ha deciso di vendere vestiti? Ti fidi nonostante la sua palese inesperienza sapendo benissimo che non arriverà a Natale? Pare di si.

Spiegatemi, non ci arrivo.

Domanda: Ma non c’è mercato, come farà il suo affittuario a pagare tutti i mesi?
Risposta: Evvabbè, poi si vede.

Così va la vita, pare.

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Enjoy the silence

orolIeri sera sul gradino della piazza la mia amica mi ha chiesto come sta andando il rientro.
E’ difficile.
E te l’avevo detto bella mia.

La cosa che mi esaspera di più è il tempo. Averlo.
Non devo mai calcolare i minuti per spostarmi, non devo mai pensare a come arrivare in un posto, mi ci portano, o ci vado a piedi, o prendo anche la macchina, e in meno di mezz’ora sono ovunque io voglia essere.
Ci vediamo verso le 9. Verso.
Si arriva in piazza, e s’aspetta. Con la radio accesa, telefonando, leggendo, o chiacchierando con qualcuno. Che tanto qualcuno che conosci sempre passa. Ti vede dalla sua macchina, si ferma, scende e ti saluta, un bacio dal finestrino aperto, e si fanno chiacchiere coi gomiti poggiati allo sportello, mentre s’aspetta.
L’attesa fa parte dell’uscita. La metti sempre in conto.

I minuti dilatati, la notte silenziosa,  la piazza immensa.

Ieri notte accompagnavo a casa la mia amica, e per strada con i finestrini aperti non si sentiva niente. Di notte, le finestre dormono, come in un libro per bambini. Mi ero così sperduta a guardare quel silenzio che non sentivo il motore, non ho scalato la marcia e ho fatto la salita di quarta.

A Milano il silenzio è clandestino.

Ciao Milano. Ciao.

ciao

Ho venduto la mia libreria alla Sarta dell’Utopia, mentre scrivo aspetto che arrivi. No, mentre aspetto, scrivo.

Ciao Milano, ciao.  Me ne sto andando.
Non sei credibile, dirai, tu ogni tanto te ne vai. Intemperante.

Aspetto che qualcuno si prenda la mia casa, la mia stanza. E poi vado. Ma prima ti saluto, cara Milano.
Lo so già che non mi mancherai. Tu tutta intera, e chi t’ha avuta mai.
Così nascosta, così segreta, nemmeno una piazza assolata, -il duomo non vale- un ponte sul fiume, una passeggiata dentro te.
Cara Milano, tu sempre invisibile.
E forse quello: camminare e non esser nessuno. Camminare e non esser vista. Scomparire.
Ciao.
Me ne torno a casa.
Arrivo,
butta la pasta.

 

 

Cara Milano, ciao. (spoiler!)

Cara Milano,delfini
dice che ci salutiamo. Ma non è un moto da luogo, no, sarà un moto a luogo. Non è colpa tua, non è colpa di nessuno. Dice che ho fatto tutto io, (come sempre).
Però le altre volte s’è trattato di moto da luogo. Il luogo di destinazione non aveva tutta questa importanza. Me ne stavo andando. Che fine facevo ci pensavo poi. Fuggire. Di quello si trattava, sempre.
E invece adesso no. Di fuggire, cara Milano, si può dire che ho smesso.
Ho un indirizzo, una meta, qualcuno che mi viene a prendere alla stazione. Che se ci penso, fuggire è facile. Se poi le cose ti vanno male, puoi sempre dire che non è colpa tua, tanto che ne sapevi la fine che facevi…ti puoi sempre giustificare.  E ricominciare a prendere treni.
E invece, stavolta, cara milano, se va bene, se va male, colpa mia sarà, o merito.
C’era, anzi ci sta ancora, quel libro di Conrad, la linea d’ombra. Io non lo conoscevo il libro. L’ho scoperto in quinto liceo ‘chè c’era la canzone di lorenzo detto jovanotti ispirata al libro che iniziava così: mi offrono un incarico di responsabilità, e invece no, non inizia così, sono andata a controllare, però a un certo punto dice pure è la mia età a mezz’aria in questa condizione di stabilità precaria 

lo sai cara milano, che tutto in questi anni, il motore immobile di tutto è stato l’INstabilità precaria? che se ci pensi è ridondante. la parola instabilità porta in se la precarietà. e invece no, ce ne stava talmente tanta di precarietà che la sola instabilità non ce la faceva a tenerla tutta. e allora ci ho dovuto mettere per forza l’aggettivo.
instabilità nei rapporti umani. lo sai cara milano che se uno è precario nella vita, è precario pure nell’amore? uno ci pensa assai prima di andare da uno e dirgli, ma lo sai che tu, che io, insomma. hai capito. e magari ci ripensa. e non ci va proprio.
ma tu lo sai, cara milano, quanti amori non nascono a milano per questa ragione?

cara milano, io tra un poco me ne vado. non lo so che ti lascio io a te.
tu sicuro un po’ di malinconia, un po’ di occasioni perse, di amori diluiti, amicizie appena nate che chi lo sa, la distanza, cara milano, trenitalia costa assai. no italo no, per carità.

ps. se non hai capito il perché dei delfini, sappi che è un tuo problema. ci azzeccano.

Dei segreti miei

Ma voi lo sapete tenere un segreto?
Io credo di no. Cioè, i segreti degli altri sì, dico i miei, i segreti miei, quelli che io decido che devono essere segreti, no, io non me li so tenere.

E come faccio. Innanzitutto inizio a non dormirci la notte, mi agito, me li sogno, li ingigantisco, mi ci arrovello, ci affogo dentro, vado in loop, penso solo a quello, al segreto, alla cosa che ho deciso che deve essere un segreto.
Io i miei segreti ho bisogno di dirli a qualcuno, di farli uscire, di vederli in prospettiva, di sentire un altro parere, o forse di liberarmene. Perché se sono segreti allora vuol dire che sono cose pesanti, cose difficili, cose da grandi, cose delicate. E allora non voglio soccombere, non voglio davvero affogarci, e così cerco  altra razionalità al di fuori di me,  ho paura di essere troppo emotiva, e allora li condivido. No, condividere non è la parola giusta. Li smezzo. Ecco, io li smezzo, divido il peso, li metto su un tavolo, faccio un po’ di spazio nella mia testa, così circola l’aria, c’è più luce e mi rassereno e trovo prima la soluzione.
Come il bucato. Sì mo spiego. seguitemi.
Avete presente quando stendete il bucato dentro casa tutto appiccicato sullo stendino e i panni non s’asciugano mai, s’asciuga solo la parte di sopra e la punta dei calzini resta sempre umida? e i jeans non ne parliamo? eh. così è la testa mia quando ho un segreto. Caotica, intasata, umidiccia e fastidiosa. Come lo stendino nel corridoio che ostruisce il passaggio.

Immaginate invece una casa di campagna e dietro la casa un filo lunghissimo di bucato attaccato a un capo alla casa e l’altro capo abbracciato a un albero secolare, facciamo una quercia, o un pioppo. Nessuno li pensa mai i pioppi. Ma che gli manca al pioppo rispetto alla quercia? NIente. E’ tutta questione di immaginario. Ma non divaghiamo. Il filo.
Appeso al filo lungo lungo c’è il bucato appena steso, facciamo lenzuola e asciugamani. Belle tese che sbattono al vento e si fanno pure baciare dal sole, che sembrano vele che se guardi bene bene vedi pure le goccioline che se ne volano via.
E ci stai pure tu che ci passi accanto e senti l’odore di sapone di marsiglia che si spande nel giardino. E se sei piccola invece ci passi sotto correndo con la bici così entri dentro quel profumo e esci dall’altra parte col lenzuolo che ti accarezza la faccia.  E sei felice.
Ecco. L’avete visto il film? Così. Pare il mulino bianco lo so.
Io così mi sento quando ho condiviso un segreto. Mi sento che mi posso fare i giri sulla bici senza rotelle in mezzo al bucato profumato, bello steso che si vedono tutti i decori, i ricamini piccoli delle lenzuola, li vedo bene e li seguo con il dito, come un disegno.
E sono felice.

Skating Away

Prima sognavo sempre di volare, però no altissimo, diciamo ad altezza d’uomo, sorvolavo, ecco, sorvolavo, mi suona meglio. Sorvolavo le stanze, le piazze con la gente, la mia classe del liceo, la mia classe di danza, la libreria, parevo uno spiritello.
poi ho sognato che andavo nei posti ed ero vestita sbagliata, c’era freddo e io ero vestita da california, o mi ero scordata una parte dei vestiti, le scarpe o la maglia, o i jeans.
senza fare psicologia spicciola è ovvio che mi sentissi inadeguata in quei periodi, i periodi del cambiamento da una città all’altra, da un lavoro all’altro, sarò brava? sarò capace? oddio gli altri sanno tutto e io non so niente! mi prenderanno sul serio? cose così.
mò invece, è un mese che faccio un altro sogno. bellissimo se possibile.
io pattino. pattino in salita, pattino per le scale, sempre in salita, pattino non sulla pista, no, io pattino in città, schivo le macchine, supero gli autobus a sinistra, screnzata! m’ha urlato una signora stanotte, pattino sui binari del tram, vabè di un sogno parliamo…., pattino sulle strade periferiche di paese quelle tutte brecciose che nessuno va mai a sistemare, quelle coi dossi che ci passano i camion e le macchine veloci che tanto pensano chi mai ci deve passare qua? io ci passo! coi pattini. e state attenti.
stanotte avevo dei pattini blu, tipo quelli fisher price, quelli grossoni, con 4 rotelle, non il massimo del dinamismo, ma io niente, io pattinavo in salita senza sforzo. e mi fermavo pure ogni tanto a guardarmi intorno, e non scivolavo giù.
ho pattinato in salita per le scalette di sant’ercolano a perugia, ho pattinato in salita per quella strada a Cerreto che sbuca per la via di Guardia, quella tutta in salita che “sarebbe chiusa al traffico” dietro casa di zia L., che ci si andava con la panda a provare a partenza in salita quando c’era l’esame della patente, quella via là tutta sbrecciosa che mentre pattinavo in salita mi ricordo che è passata una gallina correndo.
io di notte vado pattinando.
la notte tra giovedì e venerdì, che è stata terribile, avevo un sacco di pensieri terribili, ho pattinato per milano di notte e non c’era nemmeno un lampione. era buissimo. solo i fari delle macchine e dei tram che sbucavano all’improvviso mi venivano contro. ma per fortuna mi sono salvata. svegliata.
questi sogni di pattini me li sto segnando. almeno quello che ricordo, i posti, le salite, la forma dei pattini.
stanotte erano pattini blu, due notti fa avevo dei pattini quelli con la caviglia alta, quelli con tutti i laccetti, d’oro erano, i laccetti e pure i pattini, dorati.
la mattina mi sto svegliando con tutto un dolore di gambe, dice che pattinare fa venire le gambe belle… ma se pattino nel sogno vale lo stesso?
nei sogni non ho mai i pattini da runner seria, da tipa tosta, io non sono una tipa tosta. io se mi guardi non faccio mica paura. nemmeno nel sogno. come la tipa nella foto. così sono io. la foto si chiama “felice giovane donna sui pattini a rotelle nel parco in autunno” giuro. facciamo che coi pattini sono, sarò così.
mi ci vedo, (mi ci vedo?) col caschetto, no che poi mi acciacca i capelli, il ciclista, no il ciclista nemmeno che fa le cosce a salsiccia,  le ginocchiere, no dai le ginocchiere no che spezzano la circolazione,  e i paragomiti, no nemmeno i paragomiti no, che sfigata. però i guantini della tipa nella foto, quelli sì.
no ma andiamo avanti col sogno, per la vita vera c’è tempo.
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