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La spontaneità è la pima cosa

Tra un po’ sarà il mio compleanno, io sono sempre contenta per il mio compleanno, pure se compio gli anni e mi viene il fiatone a spegnere tutte le candeline.
Una volta era il mio compleanno, compivo 24 anni ed ero a casa e mamma mi fece la torta, la famosa torta di compleanno della famiglia, quella col pan di spagna che mia mamma ma pure io e mia sorella, facciamo in casa con la ricetta di mia nonna, uguale proprio, così come la faceva la mia bisnonna, la mia trisavola e giù fino alla notte dei tempi. Poi una volta metto la ricetta, posso solo anticipare che no, non ci va il lievito, ci va un sacco di pazienza e assai amore. L’amore è importante nella vita come nel pandispagna.
Ah poi la torta di compleanno di famiglia comprende due strati: uno a cioccolato e l’altro a creama. la copertura è a cioccolato se il compleanno è il mio, a crema se è di mia sorella. Ah poi devo pure raccontare il fatto della buccia di limone che serve a profumare le creme. Lo farò, pare che i post con i racconti di casa vi piacciono tanto.
Mi sono persa come al solito, devo finire il fatto della torta dei 24 anni che fa così: mamma mi fece la torta e sulla torta c’erano millemila candeline e io non riuscii a spegnerle tutte insieme come mi vantavo di aver sempre fatto. Mamma ma le hai contate?
eh si a’mmamma. riconta pure tu!
erano 24. quel giorno segnò l’inizio dell’era da grande.
Ma stanotte (voi leggete di giorno, ma qua sono le 3,29) volevo raccontare un altro fatto, che tra poco è il mio compleanno, il 23 aprile, la mia amica mi ha appena detto che sono della prima decade, non so cosa voglia dire, cosa implichi essere toro (sono toro) della prima decade, ma ha anche aggiunto “ti adoro”! allora forse è una cosa buona il fatto di essere della prima decade. ciao Kika!
Allora il mio compleanno. No, non mi interessa quanti anni compio, mi interessa che avrò dei regali. Avrò dei regali? mettiamo che sì, avrò dei regali.
A me chi mi legge lo sa che io mi lamento sempre dei regali, che la gente non mi azzecca mai i regali. e allora, se mi vuoi fare un regalo, leggiti questo post, prendi appunti o se sei originale, e mi vuoi davvero bene, prendi spunto e fammi una sorpresa.
Allora il primo regalo è un disco di Patti Smith che si chiama Banga, la radio m’ha fatto sentire Nine, l’ho voluta risentire almeno settemila volte, poi mi sono decisa a cercare tutto il disco ieri l’ho sentito su spotify, sto ancora qua che lo sento.
poi certo, se siete fighi davvero, potete pure cercare un biglietto per un concerto, magari che ne so, non in italia ma all’estero. vabè, non è una richiesta, è un appunto, prendetelo come spunto. ah se mi prendi il biglietto poi devi venire pure tu, quindi ricordati, 2 biglietti.
poi un altro regalo potrebbe essere andare a vedere un balletto, ma non mi puoi mandare da sola, sappi che devi venire con me, quindi sempre due balleti, no biglietti, scusa.
se non sai come scegliere puoi chiedere alla mia amica Camilla, le ne sa, e sa cosa mi piace. chiedi a lei. però no danza contemporanea, c’è troppo il rischio Pina Bausch, che per carità, brava, riconsco il genio e il valore, ma ho visto il film e mi sono incazzata violenta alla scena delle fette di carne nelle scarpe da punta. delinquenti!
io ho fatto danza classica, sono stata sulle punte. ho sudato alla sbarra. ho mille tutù e il passo a due dello schiaccianoci è ancora la cosa più bella che io abbia mai fatto nella mia vita. quindi, regolati e non essere blasfemo. io sono credente. (cit)
Libri? mi vuoi regalare libri? audace. ti stimo. fallo. ma impegnati però. fatti un giro nella mia libreria di casa prima, fammi le domande trabocchette, e non escludere i libri per bambini, se mi vuoi bene lo sai.
certo è il mio compleanno, possiamo pure uscire a mangiare. scegli tu? va bene. no, cinese no, e nemmeno, e aiutami a dire nemmeno, giapponese. portami chessò, all’armeno, al libanese, o al portoghese, sì restiamo nel mediterraneo per favore. alla pizzeria no jà. un poco di fantasia. è pur sempre il mio compleanno, mi aspetto un po’ di originalità.
sai fare le cose a mano? vuoi farmi una collanina? un braccialetto? sissì! orecchini no, che sono allergica pure all’aria, mi viene l’ascesso all’orecchio. i ninnoli mi piacciono. non esagerare con i decori però. m’hai vista bene? porto i decori? no. eh, fai attenzione.
sei lontano e mi vuoi mandare un biglietto, una lettera, un pensiero? sappi che mi commuovo. ma ora che l’ho scritto non vale. quindi niente biglietto da lontano se non l’hai mai fatto.  se però lo fai ogni anno continua pure… :D
ah! mi vuoi fare la torta di compleanno? brà! solo una cosa ti dico però: non fare la bagna col liquore, i dolci con il liquore io li farei vietare dalla convenzione di ginevra sui diritti dell’uomo. il babà però no.
non vuoi fare la torta ma un dolcetto semplice? si pure mi piacerebbe. ma se ci metti la cannella, te lo metto per cappello, il dolce.
non ti venisse in mente di regalarmi un mazzo di fiori. quelli poi muoiono. a me mi piacciono le cose che restano vive per un poco. una piantina. mi piacciono le piantine. ma no grasse. che poi prendono l’infezione e muoiono. vai a un vivaio e fatti consigliare. no, non fare che te ne esci col ciclamino, quello il ciclamino è bello solo al negozio, appena varcata la soglia poi perde i petali per sempre. a me verdi mi piacciono le piante. o l’ibiscus. no giallo però rosso mi piace. una volta ho cresciuto un ibiscus rosso talmente bello che la gente si fermava a guardarlo sul mio davanzale. qui un po’ di foto  del mio green corner e del mio giardino pensile di due case fa. poi qualcosa è morto durante il trasloco.  ancora ci penso.
va bene, ti ho dato un po’ di idee. studia, impegnati e vedi di non regalarmi cose tipo la cover del cellulare con le orecchie, ‘chè ti scancello.
ma ricorda però, come da titolo, la spontaneità è la prima cosa!

Tema: ti sei comprata il Kindle, eh, e mò?

kinderMi sono comprata il Kindle.
Non l’ho fatto prima non per questioni ah io l’odore della carta. No, pigrizia. Paura di spendere soldi che non avevo, no ma più la pigrizia. Come per lo smartphone. Pigrizia. Poi un giorno mi sono decisa, e l’ho comprato. No, bugia. Ci ho messo 6 mesi per decidermi. Forse non era nemmeno la pigrizia. Era una cosa nuova, e dovevo un po’ studiare per decidere. Aifono o non aifono? e se non aifono, che scegliere? Ogni volta che facevo finta di andare, mi capitava qualcosa, il negozio era chiuso, c’era troppa fila, la mia carta non andava bene… Alla fine l’ho comprato, lo smartofonino. E’ stato facile. Anche grazie al tifo che ho ricevuto.  E pure il kindle, è stato facile, ma senza tifo però.  Lo so che ci guarderemo per una settimana, me lo terrò sul comodino e non gli darò da mangiare. Che gli do da mangiare? Che dieta gli farò seguire? Con lo smartofonino mi sono data una condotta, per usarlo in modo intelligente, e pure col kindle mi voglio dare una condotta. Che cosa ci voglio leggere lì dentro? I classici? no. Sicuro i classici no. E perchè no, perchè i classici, se mai avrò dei figli, voglio lasciarglieli in eredità. Oddio forse non tutti. Ci posso leggere quei classici che bisogna aver letto per stare al mondo, quelli che mi possono servire al lavoro, che tanto si trovano gratis.
Che io, se ci penso bene,  solo i libri posso lasciare. I miei libri. Quelli sottolineati.
Questo ciò.
Quando leggo un libro che poi dentro, tra le righe, ci lascio il cuore, i pensieri, le righe di sottolineatura a matita, poi voglio prestarlo. Voglio prestare proprio quella copia lì con le mie sottolineature, con la mia lettura dentro, con le pagine che pesano di più perchè alla carta e all’inchiostro s’è aggiunto il peso del mio guardo. Sì lo so, ho detto una cosa romanticona da ah io l’odore della carta. Ma no, che poi la carta puzza, fatevene una ragione e gli inchiostri sono tossici. e la stampa la fanno in cina! State piangendo eh?…
Alla fine faccio la libraia di carta, mi sarà concesso un po’ di sentimento o no? (prima di restare disoccupata come i venditori di dischi…che i dischi ci sono ancora, ma i venditori di dischi pare di no)
Forse ci leggerò i libri per diventare più intelligente. I saggi, le cose di scuola. A sì, tra poco riandrò a scuola, ma questa è un’altra storia. O i gialli. Ci leggerò i gialli, i romanzi che devo leggere per lavoro, no quelli no che al lavoro li prendo gratis…ci leggerò, non lo so che ci leggerò, appena lo capisco lo dico.
Di sicuro avrò tutt’e due. Carta e pixel. Come la musica. Adesso mi voglio ricomprare il giradischi. Che quello che avevo a casa è morto. Voglio il giradischi e mi voglio comprare i dischi. Dischi di cui ho gli mp3 e il cd. E voglio pure il disco. Per esempio adesso mentre scrivo sto ascoltando questo. Dice vabbè, grazie. Sì, appunto. Prego.
Ma meglio di me lo spiega Matteo B Bianchi, il perchè voglio tutt’e due, il pane e le rose, leggete che scrive:

La domanda che si pone però è un’altra: perché tra un libro di un autore che amo e il suo corrispettivo ebook non ho un attimo di esitazione nella scelta di acquistare il primo? Perché di certi gruppi continuo a comprare i cd?
La risposta è semplice: perché li voglio. E volere equivale a possedere. E possedere, fino a prova contraria, implica la fisicità. Devo toccarli. Devo esporli sullo scaffale. Devo ricordare a me stesso che esistono, che mi stanno intorno e con la loro presenza formano il mio carattere, la mia cultura, i miei gusti, il mio conforto, il mio essere me.
In sintesi, più banalmente, forse basterebbe riprendere le parole di una celebre filosofa del secolo scorso: “ ‘cause we are living in a material world and I am a material girl”.
(lo dice qua)

Il post che S’Illumina di musica

L’ultima mattina a parigi ci siamo messe a fare una colazione tranquilla e a parlare di musica. la mia amica ha un orecchio molto diverso da mio. lei sente subito le parole. si ricorda i testi di canzoni vecchissime. io no. io sento prima la musica. e mi ricordo tutti i suoini. mi ha sempre affascinato questa diversità, queste due strade che poi spesso ci hanno portato allo stesso posto, agli stessi ascolti.
spesso, ma non sempre. ora per esempio, non stiamo più condividendo la musica. lei è una che la musica la cerca, io aspetto che arrivi. poi non sono immersa in un mondo di gente di musica, non frequento locali, E I MIEI AMICI IN ASCOLTO NON MI FANNO PIU’ le  LE CASSETTE. (spero che il messaggio sia passato, CARI AMICI IN ASCOLTO, eh).
sabato mattina, col caffè e la baguette imburrata ascoltavamo questi nuovi giovani, Dente, Colapesce, e Dimartino. c’è questa canzone di Colapesce, S’illumina. Il video mi ha un po’ commossa. Ce lo siamo guardato zitte, quella valigia è un po’ simile alla nostra scatoletta dei ricordi dell’università, di quegli anni in cui siamo diventate amiche, anni che ci hanno rese quello che siamo. la generazione ryanair. Ci ho trovato i dischi, il libro di Carver, che anch’io Carver, l’epifania, proprio in quegli anni. Le medicine, i biglietti dei treni, dei concerti, le foto. l’amore. una vita fa.

Mentre guardavamo il video lei mi fa, senti, senti che dice:  “Programmo le mie ore per l’accumulo di luce” questa canzone parla della luce di Siracusa. La luce ritorna spesso nei nostri discorsi. i nostri amici portatori di mare, di vacanze e di racconti, quando ci accompagnavano nel loro mondo, ci portavano a vedere la luce. la luce, in calabria, in sicilia, è un luogo in cui si va, un posto in cui si sta, un pensiero che ci si porta via, dentro la valigia.
La sera prima il mio amico siciliano parigino passeggiando per Bastille, mi parlava delle stesse musiche, di quando in Sicilia apparve Carmen Consoli, di come lei con le sue note inattese e i suoni distorti riuscisse a raccontare il suo mondo, che era anche il mio, diceva il mio amico. parlava una lingua nuova. e poi devi sentire Satellite, sempre di Colapesce con Meg. solo che io Meg, non rieco più ad ascoltarla,  mi sembra sempre di stare all’occupazione del liceo con i 99 posse. anche se, pure lei nel ritornello dice: con le note proverò…
Quello che sei per me
è inutile spiegarlo con parole
con le note proverò
cercando nuovi accordi e nuove scale
Mentre ascolto una canzone, il mio orecchio cerca la musica, non sa leggere le parole. la mia amica dice che è questione di formazione. quando studiavo danza la maestra prima di insegnarci i passi del balletto, ci metteva sedute e ci insegnava la musica su cui, no, anzi, con cui, meglio, avremmo ballato. sentite gli accenti, cercate le forme, visualizzate i colori, le altezze e i pendii. credo che questo approccio sia ancora molto forte in me. alle parole ci arrivo poi, a volte non ci arrivo proprio.
ecco perchè questi nuovi giovani indie non mi arrivano alle orecchie. il testo di parole è più importante del testo di note e il mio orecchio fa fatica.
Una volta eravamo in giro in macchina in emilia sempre con la mia amica e ascoltavamo i Baustelle. senti senti, mi diceva. e io sentivo. lo sai che queste parole non mi parlano? questa vita raccontata qui dentro appartiene a un mondo lontanissimo per me. al sud i baustelle non è che siano così ascoltati. quello è il mondo toscano, emiliano romagnolo, lombardo. un modo di essere giovani con ritmi e lessico estranei al mio. ho ascoltato bene i testi, e mi sono piaciuti, ma non ci ho trovato lo struggimento che ci trovava lei. a lei quei suoni, quelle parole, raccontavano un mondo, il suo.
io non ce l’ho una musica che mi racconta il mio mondo.
un mio amico poco tempo fa mi ha chiesto qual è il tuo libro? il tuo scrittore? io non gliel’ho saputa dare una risposta. e la tua musica? nemmeno.
io invidio un pochino questi miei amici carichi di queste forti passioni, per quel genere di musica, quel cantante, quel genere di scrittura, quello scrittore in particolare. li dichiaro miei referenti ufficiali e mi faccio raccontare questi mondi, questi suoni, questi libri, queste storie.

e io? cosa racconto?