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Domani me ne vado. #ciaomilano

20130623_135359-1La mia coinquilina si arrabbia perché pure d’inverno quando mi alzo apro il balcone della cucina. Il mio coinquilino sta un’ora sotto la doccia.  Dal mio letto sento l’acqua che sbatte sulla cabina di plexiglass, stamattina ero sveglia, l’ho cronometrato. un’ora.  Sotto l’acqua. La tapparella s’è rotta, la padrona di casa non la riparerà mai.
La moquette è verde mela, o salvia. Salvia.
Il mio scrittoio si regge a incastri, senza viti. Le mie collanine erano appese ai chiodi che aveva lasciato la ragazza che occupava la stanza prima di me. Una parete di gioie.
La poltrona nera è pesantissima, non mi ci sono mai seduta. L’ho coperta con un lenzuolo bianco, il nero in camera non lo voglio, si ruba la luce.
La mia coinquilina occupa sempre tutto lo spazio nel congelatore. Non le diciamo mai niente. Io ho un po’ paura di lei.
Il mio coinquilino è gentile, mi offre sempre la cioccolata, e la frutta secca.
Quando stendo il bucato sullo stendino, per 3 giorni me lo dimentico. Nessuno mi dice niente.

Papà dopo pranzo se non dorme mezz’ora sul divano poi forse il mondo smette di girare. Mamma ha già fatto le amarene quest’anno. La marmellata, il succo, sciroppate. Dice che sono talmente buone che mentre le denocciolava ne ha mangiate una cesta. La priezza.
Nella mia camera dovrò montare un’altra libreria. Voglio aggiustare il giradischi. Appendere un quadro.
Mia mamma quando fa freddo e ci sono i termosifoni accesi poi tiene sempre le porte aperte. Così circola il calore. Che però non resta da nessuna parte. E fa freddo.

20130623_140204-1L’odore della pioggia è uguale dappertutto.
Quando arrivo, domani, spero di trovare ancora rose sul cancello.

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Sono tornata un po’ a casa, ho ritrovato una foto mia da criatura

foto.comMi sa che il fatto della prima comunione non l’ho mai raccontato.
Allora il fatto fa così.
Siamo due sorelle, io e mia sorella appunto, e ci passiamo 4 anni. Lei è più grande.
A un certo punto nella vita di due bambine sorelline arriva il momento di gestire la faccenda della prima comunione.
All’epoca, parliamo del 1984 non era obbligatorio farsi la comunione nel giorno prefissato, uguale per tutti. Potevi fartela il giorno che ti pareva.
E si decise di farla a luglio. Ma non solo, si decise che nonostante io fossi ancora piccola, ma piccola, sono del 79 fatevi il conto, sta comunione ce la dovevamo fare insieme, lo stesso giorno, una festa sola.
Prima comunione vuol dire un sacco di cose, ma non per tutti le stesse. Attenzione.
Per mamma voleva dire: va bene, c’è da organizzare un festa, il vestitino delle bambine, e dove la facciamo sta festa? fa caldo a luglio, in terrazza, ci vuole la terrazza, andiamo da zia L, sì la facciamo da zia L, si ma ci vuole qualcuno che cucini, mi voglio godere la festa, troviamo qualcuno che cucini, e la torta, ci vuole una bella torta saporita (noi ci teniamo alla torta).
Nessun problema, all’epoca, quando ancora facevamo feste e banchetti, mamma subito trovò tutte le soluzioni, e in effetti la festa fu bella, sulla terrazza di zia, con venticello, in campagna.
E pure i vestitini, che all’epoca non si usava l vestito a’munachella, le bambine si mettevano il vestitino d’organza. Mamma ci tiene alle stoffe (ma veramente pure io, che lo so che non si nota perché mi vesto con quelle magliettacce dei negozi da femmina che costano poco, ma ci tengo, giuro, se vedo una bella stoffa lo dico, uh che bella stoffa, la qualità, non c’è niente da fare quando c’è la qualità…)
Andammo a Napoli a via Duomo a comprare la stoffa, che se devi comprare un stoffa bella si va a Napoli a via Duomo, non per niente i negozi da sposa a Napoli stanno tutti a via duomo, e ci sono le stoffe, le mercerie, un’altissima concentrazione di sarte che  manco in Paolo Sarpi a Milano.
Ma prima di comprare la stoffa, mamma comprò tutta una serie di giornaletti di ricami, perché sì la sarta di famiglia ci doveva fare il vestito, ma zia C poi ce lo doveva ricamare.
Bambì, come lo volete il vestito? Mamma è sempre stata molto democratica, le cose nostre ci aiutava a sceglierle, non ci imponeva il gusto suo. Mia sorella, come Picasso era nel suo periodo del giallo, periodo durato anni e anni, decise che i ricamini dovevano essere gialli, io che invece ero nel mio periodo sciantoso, con l’animo più da palcoscenico, decisi che volevo il rosa, il rosa fa signorina, non ci sta niente da fare. Scelti colori, ci mettemmo a guardare i giornali dei ricami per scegliere i ricami. Potevamo scegliere qualsiasi tipo di punto, si dice punto quando si parla di ricami, qualsiasi immagine, che tanto zia C tutti li sapeva fare. E scegliemmo bene, zia C fece un lavoro pazzesco, i vestitini erano bellini e delicati, l’organza era bellissima e i ricami perfetti. Il lato sciantoso devo dire che l’ho perso, epperò se ci aggiungiamo il passato di ballerina, quando si parla d’organza, devo dire che m’emoziono sempre un poco.
I capelli. pure i capelli erano un pensiero per mamma.
Quando facevamo i saggi di danza, mamma ci faceva lo scignòn. No la parrucchiera, no, mamma. Essa ci faceva sedere sulla seggiulina bassa e lei su quella alta. Ci pettinava all’indietro tutti i capelli, e spazzolava e spazzolava. E lisciava con le mani.
mamma non tirare!
e zitta a mamma senò i capelli scappano! 
va bene.
e lisciava, e spazzolava.
poi faceva il codo. (io e mia sorella diciamo codo, no coda). faceva il codo all’altezza giusta e lo stringeva fortissimo, cinquemila giri di elastico faceva, non s’è mai capito che elastico usasse, non si spezzava mai. stretto stretto a’mamma. e poi rispazzolava ancora il codo, e col pettinino stretto, tipo quello dei pidocchi, ripettinava e lisciava ancora. poi arrotolava il codo a mò di cipolla, e infilava mollette e forcine secondo uno schema segreto che il kgb ancora non si capacita. invisibili. infilava mollette e forcine dentro i capelli che poi tu non le rivedevi più. veniva uno scignòn a pallina che tu lo guardavi e ti chiedevi ma come si regge? per opera dello spirito santo? niente. non s’è mai capito. e all’ultimo, bambì chiudete gli occhi, devo spruzzale la lacca. bambì li avete chiusi?
e spruzzava. nuvole e nuvole di lacca Malizia (la Cadonet è da vecchia sisà) che invadeva il bagno e fissavano per sempre i nostri capelli stretti in un nido intricato e segretissimo di forcine e mollettine. durante il saggio, ci poteva essere il vento, la tempesta, potevamo fare salti e capriole ma niente, non si muoveva un capello. la maestra era sempre contenta della perfetta stabilità del nostro schignòn, che non mi credete, era talmente stabile, che i capelli restavano arravogliati a scignòn pure la sera, dopo che mamma ci toglieva tutte le mollettine. 
e niente, per la comunione pure, ci fece lo scignòn.

va bene, ho raccontato solo la parte che riguarda mamma. devo raccontare quella che riguarda mia sorella e in ultimo, ovviamente, la mia. ah, nella foto là sopra, sò io.

si avvicina pericolosamente

il mio compleanno.

aneddoto.
l’anno dei miei 24, proprio quello della torta piena di candeline che non riuscii a spegnere in un sol soffio (qualche post più sotto c’è tutta la storia) , tornai a casa a sorpresa dall’università, il giorno prima. mamma mi fece la torta e io chiamai gli amici miei per dire: venite che ci mangiamo la torta.
ma tipo nemmeno un’ora prima dell’appuntamento.
e quelli, gli amici miei, poveretti, non ce l’avevano il regalo. e fecero tutti, ma dico tutti, senza mettersi d’accordo, senza una telefonata, un sms, un mail, niente, fecero tutti la stessa pensata. mi portarono un mazzo di fiori. uno a testa.

mi piacciono a me i mazzi di fiori?
nooo.
ma tutti eh. tutti col mazzolino , tanto che maria la fioraia ancora m’abbraccia quando mi vede.
mi pare l’inaugurazione di un negozio. disse mio padre.

un altro anno mia mamma mi regalò una borsetta rossa con la parte anteriore fatta di pelo di cavallino. si avete capito. no, mia mamma non è roberto cavalli.
me la regalò dicendo: tanto lo so che non ti piace, ma almeno sto con la coscienza pulita sapendo di avere scelto una cosa alla moda.
su quale pianeta le borse di cavallino siano andate di moda ancora me lo sto chiedendo. andai a cambiarla e mi feci fare un buono. non c’era nemmeno una borsa che mi piacesse. alla fine il buono l’ha usato mia mamma.
ve l’ho detto che i miei compleanni sono una storia triste.

un altro anno, non mi ricordo chi, mi regalò una borsa fatta all’uncinetto, a righe bianche e blu con dei frutti pendenti, tutti colorati, sempre fatti all’uncinetto.
no, non avevo 3 anni, ero sempre all’università. adesso la usa mia nipote, 3 anni (lei sì), no nemmeno lei la usa, non tiene il coraggio,  ci gioca, è la borsa della la sua bambolina.

tra qualche giorno è il mio compleanno.  ne faccio 34.
ho 3 capelli bianchi, uno a sinistra della faccia e 2 a destra. proprio all’attaccatura. mia sorella i suoi 3 o 4 se li tinge la mattina col mascara. mamma ha iniziato a farsi l’hennè pochissimi anni fa. ma solo perché quelli bianchi parevano fosforescenti sul nero corvino.  ho due rughe sulla fronte, le rughe di quando la fronte si aggrotta. il mio amico coreano mi diceva che non devo aggrottare la fronte,  perché così svio le energie. esse, mi diceva, vanno da su a giù in giro per il tuo corpo, ma se tu aggrotti la fronte, crei delle linee orizzontali che ostacolano la libera circolazione del flusso.
va bene ci dissi, aggrottando la fronte.

non lo so come andrà questo compleanno, so che c’è già un regalo pronto per me, so che ce ne sono alcuni in preparazione, so che ho creato delle ansie.

io nel dubbio, vado a ballare il tip tap.

Cotoletta, menù fisso

Stasera (ieri sera per voi leggete)mi sono cucinata la cotoletta. Io quando sono un po’ triste mi faccio una cotoletta. No non è che ero proprio triste, era più voglia di qualcosa di buono. In questo momento mi manca proprio qualcosa di buono e allora ho pensato, oggi, mentre uscivo dalla metro e camminavo verso casa con tutto il peso del mondo sulle spalle, ho pensato, mò mi faccio proprio una cotoletta, anzi due, che c’ho fame. Sono andata al supermercato e mi sono comprata le fette di tacchino, che a me di tacchino mi piace la cotoletta, e le uova. Farina e pangrattato ce l’ho sempre. Ah, e i limoni ho comprato. Che cotoletta senza limone è come babà senza rum, è come Roma senza il cupolone, come Milano senza, che ne so, facciamo il duomo. Vado a casa e cucino. Prima cosa prendo il batticarne e sbatto bene bene le fette, perché la cotoletta buona così si fa, poi sbatto le uova col sale il pepe e un poco di prezzemolo, poi prendo la farina e il pangrattato e li metto in 2 piatti. Quindi, senza soluzione di continuità infarino bene bene le fette, poi le passo nell’uovo sempre bene bene e poi nel pangrattato. Poi le ho fritte, le ho messe ad asciugare un pochino nella carta assorbente e le ho messe nel piatto, ci ho messo sopra il succo di una piantagione intera di limoni di Sicilia e me le sono mangiate. Di gusto.
Certo, qualsiasi cosa fritta, pure le ciabatte, è buona.
Ma le cotolette.
Le cotolette ce le faceva sempre zia Emma la domenica al pranzone di famiglia. Venivano i fratelli di mamma, gli zii con le zie e i miei cugini, andavamo tutti a mangiare da nonno che poi era il marito di zia Emma, che no non era mia nonna, era la seconda moglie di nonno. L’unica nonna che noi cugini abbiamo conosciuto, portatrice sana di merende, pani e marmellate di amarene, di pizze fritte e altre cose di commozione di ricordi d’infanzia. Essendo noi cugini e quindi bambini, stavamo nel tavolo dei bambini appunto, nella stanza con le pareti rosse e verde acqua. I grandi stavano di là, nella stanza coi mobili alti e parlavano di politica, e di Mina, la più grande cantante che sia mai esistita sulla terra, così diceva, anzi no, dice ancora zio Enzo. Zio Enzo è assolutista, che ci vai a fare alle Maldive se ti puoi godere il mare di Sorrento?! Zio Enzo va la mare a Sorrento dal 1960 e non concepisce altro mare. Avete capito? Zio Enzo è cassazione, non c’è battaglia.
Noi bambini avevamo il nostro menù fisso, la pasta al forno, le cotolette, l’insalata e, loro, le mitiche, le uniche, le fantastiche, le regine della festa, le patatine fritte. A volte c’erano anche i piselli. Non s’è mai capito perchè di domenica avessimo il menù bambini. Durante la settimana mangiavamo le cose dei grandi, tipo mia mamma a me e mia sorella ci dava il baccalà. Io ho odiato il baccalà fino al 2002, anno del viaggio in Portogallo. I fagioli, pure i fagioli dovevamo mangiare, io me lo ricordo ancora, la scena di me sola di fronte al piatto di fagioli ormai freddo gelido pinguino, una guerra, io e lui a chi vince. tutti avevano finito di mangiare, stavano già digerendo, mamma si metteva a leggere “La vita scolastica” vicino al camino, mia sorella a fare gli esercizi al pianoforte, papà era già tornato al negozio e io, a combattere col piatto di pasta e fagioli, puzzolente e freddo, freddo pinguino. Non ti alzi da là finché non l’hai finito. Io zitta, sentivo quella puzza di fagiolo che mi faceva venire il mal di stomaco, e senza nemmeno metterli in bocca sentivo quella consistenza moscetta di quei cosi ovali e marroni, blà.

Cara mamma, io ti vedevo che mi sbirciavi da dietro il giornale, e mi dispiaceva che ero un po’ cattiva. Cara mamma che ogni volta mi dicevi, ma come? li ho cucinati con tanto amore?! (ancora lo dice ndr) ma io niente, cara mamma era più forte di me.
Cara mamma, io sapevo dall’inizio che quella battaglia col piatto l’avrei vinta io, perché poi tu a un certo punto, io ti so cara mamma, tu a un certo punto li sentivo i pensieri che ti si inceppavano: oddio e se i fagioli freddi poi le fanno male?
E così tutta arrabbiata ti alzavi, posavi La Vita Scolastica sulla sedia e venivi a togliermi il piatto e non mi dicevi niente. E io zitta immobile. Mi tagliavi una fetta di pane, quello di nonno, buono con la crosta saporita, mi prendevi i formaggi dal frigo, mi lavavi un poco d’insalata, e mi sbucciavi 3 mele. E queste tutte te le devi mangiare (io ancora oggi sono pigra a mangiare la frutta ndr), senò te le metto per cappello (tipica espressione di guerra di mamma, mai attuata però ndr)
Avevo vinto, vincevo sempre, però mamma ti arrabbiavi, che peccato. Ma tanto la settimana dopo, il giovedì, si ripeteva sempre lo stesso teatro… il teatro dei fagioli.
E questa è la storia.