Archivi categoria: di quand’ero piccola

Sono tornata un po’ a casa, ho ritrovato una foto mia da criatura

foto.comMi sa che il fatto della prima comunione non l’ho mai raccontato.
Allora il fatto fa così.
Siamo due sorelle, io e mia sorella appunto, e ci passiamo 4 anni. Lei è più grande.
A un certo punto nella vita di due bambine sorelline arriva il momento di gestire la faccenda della prima comunione.
All’epoca, parliamo del 1984 non era obbligatorio farsi la comunione nel giorno prefissato, uguale per tutti. Potevi fartela il giorno che ti pareva.
E si decise di farla a luglio. Ma non solo, si decise che nonostante io fossi ancora piccola, ma piccola, sono del 79 fatevi il conto, sta comunione ce la dovevamo fare insieme, lo stesso giorno, una festa sola.
Prima comunione vuol dire un sacco di cose, ma non per tutti le stesse. Attenzione.
Per mamma voleva dire: va bene, c’è da organizzare un festa, il vestitino delle bambine, e dove la facciamo sta festa? fa caldo a luglio, in terrazza, ci vuole la terrazza, andiamo da zia L, sì la facciamo da zia L, si ma ci vuole qualcuno che cucini, mi voglio godere la festa, troviamo qualcuno che cucini, e la torta, ci vuole una bella torta saporita (noi ci teniamo alla torta).
Nessun problema, all’epoca, quando ancora facevamo feste e banchetti, mamma subito trovò tutte le soluzioni, e in effetti la festa fu bella, sulla terrazza di zia, con venticello, in campagna.
E pure i vestitini, che all’epoca non si usava l vestito a’munachella, le bambine si mettevano il vestitino d’organza. Mamma ci tiene alle stoffe (ma veramente pure io, che lo so che non si nota perché mi vesto con quelle magliettacce dei negozi da femmina che costano poco, ma ci tengo, giuro, se vedo una bella stoffa lo dico, uh che bella stoffa, la qualità, non c’è niente da fare quando c’è la qualità…)
Andammo a Napoli a via Duomo a comprare la stoffa, che se devi comprare un stoffa bella si va a Napoli a via Duomo, non per niente i negozi da sposa a Napoli stanno tutti a via duomo, e ci sono le stoffe, le mercerie, un’altissima concentrazione di sarte che  manco in Paolo Sarpi a Milano.
Ma prima di comprare la stoffa, mamma comprò tutta una serie di giornaletti di ricami, perché sì la sarta di famiglia ci doveva fare il vestito, ma zia C poi ce lo doveva ricamare.
Bambì, come lo volete il vestito? Mamma è sempre stata molto democratica, le cose nostre ci aiutava a sceglierle, non ci imponeva il gusto suo. Mia sorella, come Picasso era nel suo periodo del giallo, periodo durato anni e anni, decise che i ricamini dovevano essere gialli, io che invece ero nel mio periodo sciantoso, con l’animo più da palcoscenico, decisi che volevo il rosa, il rosa fa signorina, non ci sta niente da fare. Scelti colori, ci mettemmo a guardare i giornali dei ricami per scegliere i ricami. Potevamo scegliere qualsiasi tipo di punto, si dice punto quando si parla di ricami, qualsiasi immagine, che tanto zia C tutti li sapeva fare. E scegliemmo bene, zia C fece un lavoro pazzesco, i vestitini erano bellini e delicati, l’organza era bellissima e i ricami perfetti. Il lato sciantoso devo dire che l’ho perso, epperò se ci aggiungiamo il passato di ballerina, quando si parla d’organza, devo dire che m’emoziono sempre un poco.
I capelli. pure i capelli erano un pensiero per mamma.
Quando facevamo i saggi di danza, mamma ci faceva lo scignòn. No la parrucchiera, no, mamma. Essa ci faceva sedere sulla seggiulina bassa e lei su quella alta. Ci pettinava all’indietro tutti i capelli, e spazzolava e spazzolava. E lisciava con le mani.
mamma non tirare!
e zitta a mamma senò i capelli scappano! 
va bene.
e lisciava, e spazzolava.
poi faceva il codo. (io e mia sorella diciamo codo, no coda). faceva il codo all’altezza giusta e lo stringeva fortissimo, cinquemila giri di elastico faceva, non s’è mai capito che elastico usasse, non si spezzava mai. stretto stretto a’mamma. e poi rispazzolava ancora il codo, e col pettinino stretto, tipo quello dei pidocchi, ripettinava e lisciava ancora. poi arrotolava il codo a mò di cipolla, e infilava mollette e forcine secondo uno schema segreto che il kgb ancora non si capacita. invisibili. infilava mollette e forcine dentro i capelli che poi tu non le rivedevi più. veniva uno scignòn a pallina che tu lo guardavi e ti chiedevi ma come si regge? per opera dello spirito santo? niente. non s’è mai capito. e all’ultimo, bambì chiudete gli occhi, devo spruzzale la lacca. bambì li avete chiusi?
e spruzzava. nuvole e nuvole di lacca Malizia (la Cadonet è da vecchia sisà) che invadeva il bagno e fissavano per sempre i nostri capelli stretti in un nido intricato e segretissimo di forcine e mollettine. durante il saggio, ci poteva essere il vento, la tempesta, potevamo fare salti e capriole ma niente, non si muoveva un capello. la maestra era sempre contenta della perfetta stabilità del nostro schignòn, che non mi credete, era talmente stabile, che i capelli restavano arravogliati a scignòn pure la sera, dopo che mamma ci toglieva tutte le mollettine. 
e niente, per la comunione pure, ci fece lo scignòn.

va bene, ho raccontato solo la parte che riguarda mamma. devo raccontare quella che riguarda mia sorella e in ultimo, ovviamente, la mia. ah, nella foto là sopra, sò io.

Annunci

A day in the life

nota: questo post è stato scritto ieri mattina, epperò poi non mi andava internet e non ho potuto postarlo.

Ci siamo. è oggi.
altro che festa del libro, del diritto d’autore, san jordì,  eccetera, oggi in tutto il mondo si festeggia il mio compleanno, essì in tutto il mondo, perché se per esempio mi trovassi in giappone sarebbe comunque il mio compleanno, o sulla luna, o che ne so, nella terra del fuoco.  il mio compleanno è ovunque, il 23 aprile.

nella mia famiglia le ricorrenze si festeggiano assai, ecco perché tutto sto teatro intorno al mio compleanno, no veramente il teatro è nato perché il mio compleanno per quanto mi svegli la mattina piena di gioia, poi finisce che a fine serata sono tristissima per i regali orribili che ho ricevuto. io ogni anno, faccio la conta dei morti.

il giorno del compleanno quando ero più piccola, ero dispensata dal fare le cose in casa, che erano preparare la tavola per la cena, lavare la frutta e sparecchiare. ecco, io non dovevo partecipare a questo rito terribile, soprattutto lavare la frutta. ero dispensata totalmente. ah e mamma mi cucinava le mie cose preferite, soprattutto le patate fritte.
a scuola se era il mio compleanno, a parte che si portavano le pizzette la cocacola e la fanta per festeggiare coi compagni, ma la cosa più importante era che nessuna maestra ti chiamava alla lavagna, e così fino al liceo. professorè oggi è il mio compleanno, ah vebbè non t’interrogo.
all’università niente, finisce la festa. non ti spetta più nessun privilegio. figuriamoci al lavoro.
epperò i forum di cucina a cui mi sono iscritta quando cucinavo assai mi hanno mandato tutti gli auguri, e pure libreriauniversitaria con un buonosconto. amazon no.

a casa mia invece ancora questo giorno è importante. mi telefonano tutti gli zii le zie, i cugini no, sono dispensati, tanto ci pensano i genitori, mamma e papà mi telefonano dicendo all’unisono nella cornetta: auguuuuuri, e io graaaazieeee, e poi mamma dirà e che fai oggi eh? festeggi? e papà: e che ti cucini? bò non lo so poi vedo. e farà una voce tutta interdetta: ma come?! oggi è il tuo compleanno!

più sopra ho accennato ai regali, ai regali di morte che ogni anno ricevo, c’è un post qui sotto e un altro più sotto ancora con il racconto dei regali terribili che infestano questo giorno così importante.
ecco, come ogni anno, anche quest’anno non è da meno. i regali di morte.
ho appena ricevuto una telefonata da zia, (ciao zia) che festante mi annunciava, duepunti: ti ho comprato una bella camicetta rosa coi volàn!

un minuto di silenzio per il volàn.

siete morti? io per un momento sì.
non solo, rosa, ma pure i volàn.  i volàn. sapete cosa sono i volàn? sono delle robe da femmina foufrou.
starebbero bene con la borsa di cavallino secondo me.
non posso fornire prova fotografica, ma spero vi arrivi tutto il mio scoramento…

un amico mio, per sfottere, invece mi scrive:
Ti ho anche comprato numerosi regali assai costosi: fiori di nylon, borsette di pelo di cane, una crociera in Lituania, un disco di musica acusmatica, sei buste di pasti giapponesi liofilizzati, un cuore che ho personalmente realizzato all’uncinetto, sei lattine di birra Poretti, il Meridiano Mondadori di Luciana Littizzetto e un abbonamento al Circo di Barcellona.

siamo solo a metà mattina. e la giornata e assai lunga…

edit: nel frattempo ho ricevuto dei regali bellissimi che quindi non fanno notizia.  sisà, la bellezza non fa cronaca, non tiene ironia, manca di pathos.
per amor della letteratura (…) dobbiamo sperare quindi che arrivino altri regali, brutti, così potrò scriverne.

Dei segreti miei

Ma voi lo sapete tenere un segreto?
Io credo di no. Cioè, i segreti degli altri sì, dico i miei, i segreti miei, quelli che io decido che devono essere segreti, no, io non me li so tenere.

E come faccio. Innanzitutto inizio a non dormirci la notte, mi agito, me li sogno, li ingigantisco, mi ci arrovello, ci affogo dentro, vado in loop, penso solo a quello, al segreto, alla cosa che ho deciso che deve essere un segreto.
Io i miei segreti ho bisogno di dirli a qualcuno, di farli uscire, di vederli in prospettiva, di sentire un altro parere, o forse di liberarmene. Perché se sono segreti allora vuol dire che sono cose pesanti, cose difficili, cose da grandi, cose delicate. E allora non voglio soccombere, non voglio davvero affogarci, e così cerco  altra razionalità al di fuori di me,  ho paura di essere troppo emotiva, e allora li condivido. No, condividere non è la parola giusta. Li smezzo. Ecco, io li smezzo, divido il peso, li metto su un tavolo, faccio un po’ di spazio nella mia testa, così circola l’aria, c’è più luce e mi rassereno e trovo prima la soluzione.
Come il bucato. Sì mo spiego. seguitemi.
Avete presente quando stendete il bucato dentro casa tutto appiccicato sullo stendino e i panni non s’asciugano mai, s’asciuga solo la parte di sopra e la punta dei calzini resta sempre umida? e i jeans non ne parliamo? eh. così è la testa mia quando ho un segreto. Caotica, intasata, umidiccia e fastidiosa. Come lo stendino nel corridoio che ostruisce il passaggio.

Immaginate invece una casa di campagna e dietro la casa un filo lunghissimo di bucato attaccato a un capo alla casa e l’altro capo abbracciato a un albero secolare, facciamo una quercia, o un pioppo. Nessuno li pensa mai i pioppi. Ma che gli manca al pioppo rispetto alla quercia? NIente. E’ tutta questione di immaginario. Ma non divaghiamo. Il filo.
Appeso al filo lungo lungo c’è il bucato appena steso, facciamo lenzuola e asciugamani. Belle tese che sbattono al vento e si fanno pure baciare dal sole, che sembrano vele che se guardi bene bene vedi pure le goccioline che se ne volano via.
E ci stai pure tu che ci passi accanto e senti l’odore di sapone di marsiglia che si spande nel giardino. E se sei piccola invece ci passi sotto correndo con la bici così entri dentro quel profumo e esci dall’altra parte col lenzuolo che ti accarezza la faccia.  E sei felice.
Ecco. L’avete visto il film? Così. Pare il mulino bianco lo so.
Io così mi sento quando ho condiviso un segreto. Mi sento che mi posso fare i giri sulla bici senza rotelle in mezzo al bucato profumato, bello steso che si vedono tutti i decori, i ricamini piccoli delle lenzuola, li vedo bene e li seguo con il dito, come un disegno.
E sono felice.

Cotoletta, menù fisso

Stasera (ieri sera per voi leggete)mi sono cucinata la cotoletta. Io quando sono un po’ triste mi faccio una cotoletta. No non è che ero proprio triste, era più voglia di qualcosa di buono. In questo momento mi manca proprio qualcosa di buono e allora ho pensato, oggi, mentre uscivo dalla metro e camminavo verso casa con tutto il peso del mondo sulle spalle, ho pensato, mò mi faccio proprio una cotoletta, anzi due, che c’ho fame. Sono andata al supermercato e mi sono comprata le fette di tacchino, che a me di tacchino mi piace la cotoletta, e le uova. Farina e pangrattato ce l’ho sempre. Ah, e i limoni ho comprato. Che cotoletta senza limone è come babà senza rum, è come Roma senza il cupolone, come Milano senza, che ne so, facciamo il duomo. Vado a casa e cucino. Prima cosa prendo il batticarne e sbatto bene bene le fette, perché la cotoletta buona così si fa, poi sbatto le uova col sale il pepe e un poco di prezzemolo, poi prendo la farina e il pangrattato e li metto in 2 piatti. Quindi, senza soluzione di continuità infarino bene bene le fette, poi le passo nell’uovo sempre bene bene e poi nel pangrattato. Poi le ho fritte, le ho messe ad asciugare un pochino nella carta assorbente e le ho messe nel piatto, ci ho messo sopra il succo di una piantagione intera di limoni di Sicilia e me le sono mangiate. Di gusto.
Certo, qualsiasi cosa fritta, pure le ciabatte, è buona.
Ma le cotolette.
Le cotolette ce le faceva sempre zia Emma la domenica al pranzone di famiglia. Venivano i fratelli di mamma, gli zii con le zie e i miei cugini, andavamo tutti a mangiare da nonno che poi era il marito di zia Emma, che no non era mia nonna, era la seconda moglie di nonno. L’unica nonna che noi cugini abbiamo conosciuto, portatrice sana di merende, pani e marmellate di amarene, di pizze fritte e altre cose di commozione di ricordi d’infanzia. Essendo noi cugini e quindi bambini, stavamo nel tavolo dei bambini appunto, nella stanza con le pareti rosse e verde acqua. I grandi stavano di là, nella stanza coi mobili alti e parlavano di politica, e di Mina, la più grande cantante che sia mai esistita sulla terra, così diceva, anzi no, dice ancora zio Enzo. Zio Enzo è assolutista, che ci vai a fare alle Maldive se ti puoi godere il mare di Sorrento?! Zio Enzo va la mare a Sorrento dal 1960 e non concepisce altro mare. Avete capito? Zio Enzo è cassazione, non c’è battaglia.
Noi bambini avevamo il nostro menù fisso, la pasta al forno, le cotolette, l’insalata e, loro, le mitiche, le uniche, le fantastiche, le regine della festa, le patatine fritte. A volte c’erano anche i piselli. Non s’è mai capito perchè di domenica avessimo il menù bambini. Durante la settimana mangiavamo le cose dei grandi, tipo mia mamma a me e mia sorella ci dava il baccalà. Io ho odiato il baccalà fino al 2002, anno del viaggio in Portogallo. I fagioli, pure i fagioli dovevamo mangiare, io me lo ricordo ancora, la scena di me sola di fronte al piatto di fagioli ormai freddo gelido pinguino, una guerra, io e lui a chi vince. tutti avevano finito di mangiare, stavano già digerendo, mamma si metteva a leggere “La vita scolastica” vicino al camino, mia sorella a fare gli esercizi al pianoforte, papà era già tornato al negozio e io, a combattere col piatto di pasta e fagioli, puzzolente e freddo, freddo pinguino. Non ti alzi da là finché non l’hai finito. Io zitta, sentivo quella puzza di fagiolo che mi faceva venire il mal di stomaco, e senza nemmeno metterli in bocca sentivo quella consistenza moscetta di quei cosi ovali e marroni, blà.

Cara mamma, io ti vedevo che mi sbirciavi da dietro il giornale, e mi dispiaceva che ero un po’ cattiva. Cara mamma che ogni volta mi dicevi, ma come? li ho cucinati con tanto amore?! (ancora lo dice ndr) ma io niente, cara mamma era più forte di me.
Cara mamma, io sapevo dall’inizio che quella battaglia col piatto l’avrei vinta io, perché poi tu a un certo punto, io ti so cara mamma, tu a un certo punto li sentivo i pensieri che ti si inceppavano: oddio e se i fagioli freddi poi le fanno male?
E così tutta arrabbiata ti alzavi, posavi La Vita Scolastica sulla sedia e venivi a togliermi il piatto e non mi dicevi niente. E io zitta immobile. Mi tagliavi una fetta di pane, quello di nonno, buono con la crosta saporita, mi prendevi i formaggi dal frigo, mi lavavi un poco d’insalata, e mi sbucciavi 3 mele. E queste tutte te le devi mangiare (io ancora oggi sono pigra a mangiare la frutta ndr), senò te le metto per cappello (tipica espressione di guerra di mamma, mai attuata però ndr)
Avevo vinto, vincevo sempre, però mamma ti arrabbiavi, che peccato. Ma tanto la settimana dopo, il giovedì, si ripeteva sempre lo stesso teatro… il teatro dei fagioli.
E questa è la storia.

L’idea era parlare dell’incomunicabilità uomo donna

Stasera mentre aspettavo che si cuoceva la verdura per il passato di verdura, mi sono messa a chattare con la mia amica. no non è vero.  la chat è arrivata dopo. mentre tornavo a casa che già lo sapevo che avrei messo a cuocere la verdura per il passato di verdura, già pensavo allo spuntino che avrei fatto mentre l’acqua bolliva e al secondo spuntino che avrei fatto mentre cuoceva le verdura. e così ho fatto. sì la chat è arrivata dopo assai, cioè le verdure ancora stavano a cuocere, che ci vuole un sacco, ma io da due spuntini che avevo programmato ho sforato a 3. essi s’intitolano:

1) panino comprato al forno che se ne compravo due e ci aggiungevo un euro avevo fatto l’anticipo per un appartamento vista duomo, con spalmato lo stracchino che mi ha portato mamma da casa. no, forse è meglio dire prima lo stracchino, ‘chè lo strato che ho fatto sul pane era talmente spesso che vabè, non mi viene la metafora. sarebbe stata una metafora? voi fissati con le parole mi corriggerete lo so.

2)fetta di pan carrè spalmata di maionese mayò che è la mia preferita e poi cosparsa di tonno fatto in casa. no allora, stiamo calmi. quando dico tonno fatto in casa la gente mi ride. esiste, ve lo giuro. mia mamma quando ero piccola lo faceva. compravamo il trancione di tonno al mercato mi pare di pozzuoli, sì si andava apposta, ma in verità secondo me era la scusa, perchè poi facevamo sempre una sosta tattica a un ristorante di pesce sul mare che ancora mi ricordo il profumo degli scampi. e niente si andava a pozzuoli, era pozzuoli? ero piccola, forse era portici. no ma è più probabile pozzuoli. c’è un esperto in sala? mamma sarà andata già a dormire a quest’ora. se avete pazienza vi darò conferma. si ma poi che ve ne frega alla fine? e insomma s’andava a sto mercatone del pesce che io vedevo tutti quegli animaloni marini e mi suggesionavo e poi me li sognavo di notte, i poliponi per esempio, vivi. e mentre mamma sceglieva il trancione giusto, papà si faceva il giro dei banchi, che mica si poteva tornare a casa solo un trancione di tonno. per carità. io credo che il pesce buono e profumato come quello non l’ho mai più mangiato. e poi ci regalavano sempre le alici. un giorno facciamo la ricetta filmata delle alici in tortiera, ricordatemi. sempre se vi interessa.
quando mamma aveva scelto il trancione, pagavamo tutto e lasciavamo tutta la spesona da uno che ce la teneva mentre noi andavamo a gozzovigliare al ristorante di cui sopra. poi tornavamo, prendevamo il pesce, e tronavamo a casa. e mamma subito si metteva a trattare il trancione. non me lo ricordo come faceva. lo cuoceva forse bollito, no, ma una cosa simile, poi ci metteva il pepe rosa e poi sott’olio. e dopo ancora nei barattoli di vetro. e veniva una cosa spettacolare, altro che tonno in scatoletta. ecco, ho avuto in regalo un barattolino minuscolo di tonno cucinato così.
una parte di questo tonno magico l’ho messa sopra la fetta di pancarrè con la mayò. ma ho capito subito che sarebbe arrivata la polizia del tonno fatto in casa. così ho masticato velocemente, ho bevuto l’acqua gassata per pulire la bocca e togliere i sapori e ho chiesto perdono al dio del tonno fatto in casa. così bella purificata ho preso una forchetta e ho finito di mangiare il tonno direttamente dal barattolino. gloria a dio nell’alto del paradiso dei tonni.

3) il terzo spuntino è stato a tradimento. la verdura non si cuoceva, io avevo una fame che quando torno dal lavoro mi mangerei pure il cartone, e ormai avevo pure finito il pane, ho aperto il mobiletto e ho pensato, dai sicuro avrò delle fette biscottate e invece no, il mio mobiletto è tentatore, è un diavolo di mobiletto perchè no, non le avevo le fette biscottate, no, avevo una busta di taralli freschi, sempre dal pacco degli aiuti umanitari di casa e, attenzione,accanto ai taralli: la mia passione. tu chiedimi la cosa che più mi sposta il baricentro e io ti rispondo, si vabbè, tranne le cose ovvie…, io ti rispondo, duepunti,  essi:  i peperonicini tondi piccanti ripieni. l’immagine qua a destra non è ottima, il tonno non è frullato, e manca il capperetto messo a decorare. ecco, questi cosarielli sono la mia passione segreta. e dentro il mobiletto essi giacevano fieri, rossi e piccanti. e no, non era un invito, era una chiamata! e così mentre le verdure cuocevano, ho risposto alla chiamata, mi sono seduta, ho aperto il barattolo e ho alternato: peperoncino, morso al tarallo, morso al tarallo, peperoncino. mi ha raccontato mamma -chè sì li ha fatti lei- che questi cosi erano talmente piccanti che le si è infiammata la mano. nientedimeno. sì, erano assai piccanti: mi si sono aperti i chakra fino alla settima generazione. adesso ciò un ingorgo di energie positive talmente intricato che mi ci vorrebbe un vigile.
li ho finiti tutti. 17. li ho contati. ho chiuso il barattolo, che mica butto l’olio…lo userò poi per condirci una pasta, o no, già che sto ne metto un po’ nel passato di verdure, che direi che a sto punto si sarà cotto. e infatti. ho spento il gas. ho preso il frullatore a immersione, ho versato nel piatto, ho condito con l’olio dei peperoncini e finalmente ho cenato.
un passato di verdure leggero leggero.

i più attenti di voi avranno notato che il post era iniziato che volevo raccontare la chat con la mia amica in cui s’è parlato di quel probelma che tutti i giorni ci attanaglia:  quella cosa degli uomini e delle donne. ma poi le parole hanno preso una piega più saporita… scusate.