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Dei segreti miei

Ma voi lo sapete tenere un segreto?
Io credo di no. Cioè, i segreti degli altri sì, dico i miei, i segreti miei, quelli che io decido che devono essere segreti, no, io non me li so tenere.

E come faccio. Innanzitutto inizio a non dormirci la notte, mi agito, me li sogno, li ingigantisco, mi ci arrovello, ci affogo dentro, vado in loop, penso solo a quello, al segreto, alla cosa che ho deciso che deve essere un segreto.
Io i miei segreti ho bisogno di dirli a qualcuno, di farli uscire, di vederli in prospettiva, di sentire un altro parere, o forse di liberarmene. Perché se sono segreti allora vuol dire che sono cose pesanti, cose difficili, cose da grandi, cose delicate. E allora non voglio soccombere, non voglio davvero affogarci, e così cerco  altra razionalità al di fuori di me,  ho paura di essere troppo emotiva, e allora li condivido. No, condividere non è la parola giusta. Li smezzo. Ecco, io li smezzo, divido il peso, li metto su un tavolo, faccio un po’ di spazio nella mia testa, così circola l’aria, c’è più luce e mi rassereno e trovo prima la soluzione.
Come il bucato. Sì mo spiego. seguitemi.
Avete presente quando stendete il bucato dentro casa tutto appiccicato sullo stendino e i panni non s’asciugano mai, s’asciuga solo la parte di sopra e la punta dei calzini resta sempre umida? e i jeans non ne parliamo? eh. così è la testa mia quando ho un segreto. Caotica, intasata, umidiccia e fastidiosa. Come lo stendino nel corridoio che ostruisce il passaggio.

Immaginate invece una casa di campagna e dietro la casa un filo lunghissimo di bucato attaccato a un capo alla casa e l’altro capo abbracciato a un albero secolare, facciamo una quercia, o un pioppo. Nessuno li pensa mai i pioppi. Ma che gli manca al pioppo rispetto alla quercia? NIente. E’ tutta questione di immaginario. Ma non divaghiamo. Il filo.
Appeso al filo lungo lungo c’è il bucato appena steso, facciamo lenzuola e asciugamani. Belle tese che sbattono al vento e si fanno pure baciare dal sole, che sembrano vele che se guardi bene bene vedi pure le goccioline che se ne volano via.
E ci stai pure tu che ci passi accanto e senti l’odore di sapone di marsiglia che si spande nel giardino. E se sei piccola invece ci passi sotto correndo con la bici così entri dentro quel profumo e esci dall’altra parte col lenzuolo che ti accarezza la faccia.  E sei felice.
Ecco. L’avete visto il film? Così. Pare il mulino bianco lo so.
Io così mi sento quando ho condiviso un segreto. Mi sento che mi posso fare i giri sulla bici senza rotelle in mezzo al bucato profumato, bello steso che si vedono tutti i decori, i ricamini piccoli delle lenzuola, li vedo bene e li seguo con il dito, come un disegno.
E sono felice.

Cinematografo #1 The Master

non ci sono spoiler!

sono le 1,16 e niente, non riesco ad andare a dormire. questo sarà un post molto caotico. e conclusionato.
sono agitata infatti.
sono andata a vedere The Master, non mi è piaciuto, sono stata molto male. e quando dico che non mi è piaciuto non sto dicendo brutto. sto dicendo che mi ha provocato delle sensazioni, dei sentimenti negativi, fastidiosi, faticosi. provocato, causato, non dato. sto dicendo che in certi punti ho proprio sofferto.
le facce. ci sono un sacco di primi piani, e il protagonista era così bravo che io proprio gli ho creduto. questi attori qui sono talmente bravi che i dialoghi a stento li ho sentiti. ero troppo occupata a gestire il fastidio delle loro facce da persone disturbanti.
e quando a un certo punto, c’è una scena terribile -per me lo è stata- in cui doveva raccontare delle cose tenendo gli occhi aperti, lui, il protagonista, il personaggio soffriva tantissimo. e lui, quell’altro, l’attore, ma era sempre la stessa persona solo che se non li pensiamo sdoppiati allora ci sbagliamo, lui l’attore, faceva benissimo il suo lavoro di attore, era credibile, e infatti io gli ho creduto. e sono stata male. la sapeva fare benissimo la parte di quello che soffriva. e soffriva in un modo così sottile e disturbante che io sono stata male. l’ho già detto. ma male fisicamente. mi coprivo gli occhi. facevo i respironi. smettevo di respirare. e perciò poi facevo i respironi.
ho provato troppe emozioni. brutte. le facce. le facce dei pesonaggi, degli attori. già l’ho detto. come erano credibili per la miseria. che brutte persone. e  io ci credevo. e stavo male.
poi il protagonista, l’attore, il grosso del film è fatto del suo corpo. la sua posa, la camminata, la postura. se ci penso ora, riesco a dire, accidenti che bravo. ma mentre ero lì, quel suo modo di mettere le braccia, la schiena, gesù la sua schiena. no, non bella. per carità. la sua schiena per come lui la poneva, anche la sua schiena era triste, e terribile. io non sono strutturata per sostenere tutto questo dolore. il dolore degli altri intendo. un dolore visibile, addirittura nella postura di una schiena.
e la sua faccia, insisto, studiata per mantenere quel ghigno. quanto può avermi fatto star male quella faccia. ora posso dire, che grandissimo attore. ma mentre vedevo il film, no. soffrivo.
una volta ho sentito che di anna magnani si diceva che la sua faccia non aveva la pelle. era carne viva. e tu potevi vedere tutto di lei. senza filtri. ecco. così. senza filtri. e quando non ci sono i filtri le sensazioni ti trapassano. ecco. come frecce velocissime.

le cose belle di questo film sono i colori. e la composizione delle inquadrature. c’è architettura, equilibrio. pensato, voluto, cercato. le cose mi sembravano appunto, composte. forse è questo che mi ha permesso di resistere fino alla fine. quando riuscivo a distogliere lo sguardo dalle facce, dalle posture, mi godevo i colori e la tensione degli oggetti, e la prospettiva offerta dal regista.
dei dialoghi ricordo poco. è un film talmente penetrante e invasivo per colori, immagini e prove d’attore che se avessero recitato la lista della spesa non credo me ne sarei accorta.
ah poi soffrivo. dovevo tenere a bada le mie reazioni. non volevo essere troppo disturbante per chi era con me.

io dico sempre una cosa sui libri letti durante l’infazia che secondo me si può adattare anche per il cinema: è importante leggere da bambini perchè ci si immedesima con più facilità, si vivono emozioni che nel quotidiano non vivremmo mai, è un po’ come oliare l’anima e l’intelletto.

ma, dico la verità, io stavolta sarei rimasta volentieri scondita.