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Enjoy the silence

orolIeri sera sul gradino della piazza la mia amica mi ha chiesto come sta andando il rientro.
E’ difficile.
E te l’avevo detto bella mia.

La cosa che mi esaspera di più è il tempo. Averlo.
Non devo mai calcolare i minuti per spostarmi, non devo mai pensare a come arrivare in un posto, mi ci portano, o ci vado a piedi, o prendo anche la macchina, e in meno di mezz’ora sono ovunque io voglia essere.
Ci vediamo verso le 9. Verso.
Si arriva in piazza, e s’aspetta. Con la radio accesa, telefonando, leggendo, o chiacchierando con qualcuno. Che tanto qualcuno che conosci sempre passa. Ti vede dalla sua macchina, si ferma, scende e ti saluta, un bacio dal finestrino aperto, e si fanno chiacchiere coi gomiti poggiati allo sportello, mentre s’aspetta.
L’attesa fa parte dell’uscita. La metti sempre in conto.

I minuti dilatati, la notte silenziosa,  la piazza immensa.

Ieri notte accompagnavo a casa la mia amica, e per strada con i finestrini aperti non si sentiva niente. Di notte, le finestre dormono, come in un libro per bambini. Mi ero così sperduta a guardare quel silenzio che non sentivo il motore, non ho scalato la marcia e ho fatto la salita di quarta.

A Milano il silenzio è clandestino.

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Domani me ne vado. #ciaomilano

20130623_135359-1La mia coinquilina si arrabbia perché pure d’inverno quando mi alzo apro il balcone della cucina. Il mio coinquilino sta un’ora sotto la doccia.  Dal mio letto sento l’acqua che sbatte sulla cabina di plexiglass, stamattina ero sveglia, l’ho cronometrato. un’ora.  Sotto l’acqua. La tapparella s’è rotta, la padrona di casa non la riparerà mai.
La moquette è verde mela, o salvia. Salvia.
Il mio scrittoio si regge a incastri, senza viti. Le mie collanine erano appese ai chiodi che aveva lasciato la ragazza che occupava la stanza prima di me. Una parete di gioie.
La poltrona nera è pesantissima, non mi ci sono mai seduta. L’ho coperta con un lenzuolo bianco, il nero in camera non lo voglio, si ruba la luce.
La mia coinquilina occupa sempre tutto lo spazio nel congelatore. Non le diciamo mai niente. Io ho un po’ paura di lei.
Il mio coinquilino è gentile, mi offre sempre la cioccolata, e la frutta secca.
Quando stendo il bucato sullo stendino, per 3 giorni me lo dimentico. Nessuno mi dice niente.

Papà dopo pranzo se non dorme mezz’ora sul divano poi forse il mondo smette di girare. Mamma ha già fatto le amarene quest’anno. La marmellata, il succo, sciroppate. Dice che sono talmente buone che mentre le denocciolava ne ha mangiate una cesta. La priezza.
Nella mia camera dovrò montare un’altra libreria. Voglio aggiustare il giradischi. Appendere un quadro.
Mia mamma quando fa freddo e ci sono i termosifoni accesi poi tiene sempre le porte aperte. Così circola il calore. Che però non resta da nessuna parte. E fa freddo.

20130623_140204-1L’odore della pioggia è uguale dappertutto.
Quando arrivo, domani, spero di trovare ancora rose sul cancello.

Che si dice laggiù

mareCara Milano,
me ne sono andata 3 giorni fuori, al mare, per cose di libri, e no, non l’ho fatto il bagno, e no, i libri non erano una scusa. Ci sono andata proprio per i libri. E però ci sono andata tutta scollacciata così nel frattempo prendevo un po’ di sole. 
Appena sono arrivata mi sono vergognata,  ero così malaticcia e i riminesi così belli e sorridenti, felicemente tamarri col colorito della festa.
Rimini perdonami se sono così bianca candeggina… Rimediami di sole! ho scritto su fb.

Una sola cosa voglio dire su questo festival che si chiama Mare di Libri, mi ha rimesso a posto col senso del mio lavoro, che forse serve ancora…andatevi a vedere di cosa parla questo festival, chi e come l’ha organizzato, chi sono i destinatari, i lettori protagonisti…e capirete. sono andata lì per imparare. sono tornata più intelligente.

A Milano, cara Milano, esistono talmente tanti librai e talmente tante librerie che uno vale l’altro. Ci sono talmente tanti festivalini, tante presentazioni, tanti scrittori in cerca di una vetrina che se pure fai le cose, le attività, gli eventi, alla fine ci vengono sempre gli stessi, hipster dai capelli strani e i vestiti destrutturati, non servono a niente e a nessuno,  se non a farsi belli sui social network, è un citarsi addosso.
Con le dovute piccole eccezioni certo, ma quello che volevo dire cara Milano, è che tutto questo crea rumore, e il lettore fragile non ci viene mica al tuo happening.
Si mette paura. E allora se proprio vuole un libro se ne va alla feltrinelli o alla mondadori dove nessuno lo fa sentire uno sfigato perchè non sa cosa sia un hashtag e pesca dalle rassicuranti pilone di bestseller. Io farei lo stesso.

Io pure mille volte mi sono sentita a disagio. Lo sai Milano che il 90% di quello che succede qua da te nei libri, non arriva nemmeno fino a Firenze? Lo sai Milano che molto di quello che succede nei libri qui da te è una moda passeggera?
All’inizio ero disperata, oddio, ma questi scrittori chi sono? da dove arrivano? di cosa scrivono? ma sono famosi perché conoscono la gente giusta o perché sono bravi davvero? cosa raccontano? la realtà di noi jovani?
disperata. ho iniziato a leggerli tutti. a seguire i loro gli eventi eccetera. e mi sono chiesta: ma se siete così bravi, ma se avete tutta questa visibilità qua, ma perché da firenze in giù nessuno sa di voi?
e mentre mi facevo queste domande ecco che pluf, lo scrittore in questione non era più sulla cresta dell’onda, sostituito da un altro più figo, dice.
e niente, dopo un po’ mi sono arresa. sò troppi, e io una sono. e poi lo scrittore sulla cresta dell’onda non ha mica bisogno del lavoro del libraio. va da solo. si racconta da solo, rimpallato su twitter e facebook.

cara milano, quando me ne sarò andata, ho pensato che un pochino questa cosa mi mancherà, mi mancherà stare in piazza e vedere tutti questi treni che passano e decidere a caso quale prendere. mi mancherà stare tutta inzuppata nel marasma di stimoli che tu m’hai regalato. certo, delle volte mi pareva di essere un animale allo zoo, tipo la foca che sta lì tranquilla ‘chè tanto tra poco passa qualcuno col cibo, ma mi piaceva non fare vientonessuna fatica e essere sicura di stare sempre al passo.
mi mancherà sì. e infatti per paura di restare indietro, tornerò quelle 3/4 volte l’anno per sentire che si dice. e magari, se t’interessa, ti verrò a raccontare che si dice invece lì giù, dove vado a stare io.

Ciao Milano. Ciao.

ciao

Ho venduto la mia libreria alla Sarta dell’Utopia, mentre scrivo aspetto che arrivi. No, mentre aspetto, scrivo.

Ciao Milano, ciao.  Me ne sto andando.
Non sei credibile, dirai, tu ogni tanto te ne vai. Intemperante.

Aspetto che qualcuno si prenda la mia casa, la mia stanza. E poi vado. Ma prima ti saluto, cara Milano.
Lo so già che non mi mancherai. Tu tutta intera, e chi t’ha avuta mai.
Così nascosta, così segreta, nemmeno una piazza assolata, -il duomo non vale- un ponte sul fiume, una passeggiata dentro te.
Cara Milano, tu sempre invisibile.
E forse quello: camminare e non esser nessuno. Camminare e non esser vista. Scomparire.
Ciao.
Me ne torno a casa.
Arrivo,
butta la pasta.

 

 

Cara Milano, ciao. (spoiler!)

Cara Milano,delfini
dice che ci salutiamo. Ma non è un moto da luogo, no, sarà un moto a luogo. Non è colpa tua, non è colpa di nessuno. Dice che ho fatto tutto io, (come sempre).
Però le altre volte s’è trattato di moto da luogo. Il luogo di destinazione non aveva tutta questa importanza. Me ne stavo andando. Che fine facevo ci pensavo poi. Fuggire. Di quello si trattava, sempre.
E invece adesso no. Di fuggire, cara Milano, si può dire che ho smesso.
Ho un indirizzo, una meta, qualcuno che mi viene a prendere alla stazione. Che se ci penso, fuggire è facile. Se poi le cose ti vanno male, puoi sempre dire che non è colpa tua, tanto che ne sapevi la fine che facevi…ti puoi sempre giustificare.  E ricominciare a prendere treni.
E invece, stavolta, cara milano, se va bene, se va male, colpa mia sarà, o merito.
C’era, anzi ci sta ancora, quel libro di Conrad, la linea d’ombra. Io non lo conoscevo il libro. L’ho scoperto in quinto liceo ‘chè c’era la canzone di lorenzo detto jovanotti ispirata al libro che iniziava così: mi offrono un incarico di responsabilità, e invece no, non inizia così, sono andata a controllare, però a un certo punto dice pure è la mia età a mezz’aria in questa condizione di stabilità precaria 

lo sai cara milano, che tutto in questi anni, il motore immobile di tutto è stato l’INstabilità precaria? che se ci pensi è ridondante. la parola instabilità porta in se la precarietà. e invece no, ce ne stava talmente tanta di precarietà che la sola instabilità non ce la faceva a tenerla tutta. e allora ci ho dovuto mettere per forza l’aggettivo.
instabilità nei rapporti umani. lo sai cara milano che se uno è precario nella vita, è precario pure nell’amore? uno ci pensa assai prima di andare da uno e dirgli, ma lo sai che tu, che io, insomma. hai capito. e magari ci ripensa. e non ci va proprio.
ma tu lo sai, cara milano, quanti amori non nascono a milano per questa ragione?

cara milano, io tra un poco me ne vado. non lo so che ti lascio io a te.
tu sicuro un po’ di malinconia, un po’ di occasioni perse, di amori diluiti, amicizie appena nate che chi lo sa, la distanza, cara milano, trenitalia costa assai. no italo no, per carità.

ps. se non hai capito il perché dei delfini, sappi che è un tuo problema. ci azzeccano.

Il post che va pensando per Parigi pt.2

considerazioni varie e sparse su questo stare a parigi, scritte veloci perchè devo uscire.

sono andata a belleville. non mi è piaciuto per niente. mi è parso un ghetto. forse ho girato le motsstradine sbagliate, forse non ho più 25 anni e quella finta integrazione tra mondo arabo e mondo europeo non mi affascina più. ho visto librerie islamiche con manichini in vetrina che indossavano burqa in quella strada che se tu la percorri tutta a scendere arrivi al Marais. mi è parso un controsenso enorme. quel tratto di strada, quei 100 metri di librerie islamiche con libri: il fallimento della modernità, il ruolo della donna coperta, quei manichini -che chi conosce la mia fobia dei manichini potrà immaginare l’ansia che m’è montata…- quei manichini e tutto quel silenzio in quei 100 metri di mondo mi hanno fatto stare male. è un ghetto. non è integrazione. dice che ci vogliono decenni per l’integrazione. per capirsi, per guardarsi in faccia. ma intanto, a me belleville m’è sembrato un posto chiuso. e me ne sono andata a cercare conforto in un biscotto al cioccolato. però la prossima volta che torno a parigi mi ci faccio portare da qualcuno che ne sa.

garsi miei amici che stanno qua sono venuti per vivere la loro vita, una casa, un lavoro, un amore, una città.
no come me in italia che la mia vita è tutta chiusa in tante scatoline: il mio scaffalino al lavoro, la mia camera in un appartamento in condivisione il mio mobiletto in cucina, il mio cassetto in bagno. la mia vita è tutta chiusa in un mobile ikea. vivo in una vita priva di orizzonte. non lo vedo mai l’orizzone a milano. tutte le mie cose in un minuscolo spazio vitale. è un po’ di tempo che penso che per me la migliore forma narrativa è il racconto, non migliore in assoluto, ma migliore per me. secondo me le cose sono legate. il romanzo ha orizzonti più lunghi, a volte infiniti. ma in questa mia vita piccolina io l’orizzonte non riesco più a concepirlo, nemmeno fisicamente. e la mia testa ormai abituata a riporre tutto in cassettini, anche i pensieri, ha un raggio d’azione che s’è accorciato.come i racconti. una storia in poche righe. come la mia vita.
gli amici miei ancora non hanno fatto l’uovo, però poco ci manca. hanno una casa, quasi un madonnalavoro. e la città non è che sia genitile con i nuovi arrivati. la città quando arrivi è dura. che ti credi che stai in vacanza? ti faccio patire per avere i sostegni, ti faccio patire per trovare una casa, ti faccio patire con il francese che se non pronunci bene faccio finta di non aver capito. ti faccio patire per vedere se ti devo credere.
ma alla fine, se resisti, se perseveri, se ti pianti agli uffici e punti gli occhi in faccia all’impiegato e quello non può fare altro che crederti, allora, parigi, diventa una mamma. only the brave. e se tu sei brave, ma tanto brave, ma proprio brave brave brave, tu qua ci resti, ci fai l’uovo, pianti le tende, arredi il mattone e vivi felice. certo, senza bidè.

Il post grigiomilanese

Ma tutto questo cielo grigio milanese, ma non ti fa stare male?
Da quando sono a Milano questa forse è la domanda più frequente, ma sempre dopo  come ti chiami?
e la risposta? la risposta decisamente, è no. non ho mai avuto dubbi.
certo, il grigio, va bene che è sempre di moda, che sta bene su tutto, ma questo cielo perennemente grigio,tutto si può dire meno che sia bello.
milanesi lo sapete che nel mondo si dice grigiomilanese? fatevene una ragione ma si dice così, ma se penso che esiste pure il colore fumodilondra, sono quasi certa che tra un po’ uno stilista trendy sdoganerà il grigiomilanese e allora potremo vantarci anche del nostro cielo nel mondo. (anzi no, pare sia stato già sdoganato…)

ieri sono andata in un posto lontano dal centro, in periferia, ed ero molto contenta di andare dove stavo andando. e quando sono molto contenta di andare dove sto andando, se ci sto andando in metro o a piedi, io non riesco a estraniarmi, a leggere o sentire la musica. mi guardo intorno perchè il mondo mi sembra bello e invitante di colori (cit) pure se intorno, dai finestrini della metro -che a un certo punto la metro va in superficie- e pure dagli occhi miei mentre camminavo, non vedevo altro che questo mondo  grigiomilanese. il cielo, gli alberi spogli, la periferia, i prati deserti, la pioggerella. e niente. non mi veniva la malinconia, non mi veniva la tristezza. non mi veniva il jazz.
dice, ma tu non sei meridionale? il sole il mare i sapori i colori eccetera eccetera? certo. si, tutto giusto. ma com’è possibile?
ci ho pensato spesso a questa cosa. al grigio che non mi fa venire il jazz.
va bene che sono arrivata a milano e avevo già il lavoro e gli amici e poi era aprile e in aprile col pensiero dell’estate, col caldo, i fiori, l’animo che si risveglia e la pelle che si fa bella, non esiste il grigio, o non te ne accorgi che c’è. che poi milano ha una bellezza tutta segreta e io ho avuto il tempo e la fortuna di trovarla, ma questo è un altro racconto, lo scrivo un’altra volta. il protagonista oggi è il grigio. e pure quando è arrivato, questo grigio,  io niente, non ero triste, non lo sono ora e ieri pomeriggio ho capito proprio che non lo sarò. ho avuto un’epifania,  fa così:

un mio amico una volta, eravamo a reggiocalabria, poggiati sulla ringhierona splendida del lungomare di reggiocalabria a raccontarci i segreti, e c’era il tramonto rosso e in faccia  la sicilia, mi dice, di fronte a quello splendore irripetibile, mi dice, ma secondo te come deve essere la vita di un bambino che cresce in un posto in cui tutti i giorni si ripete questo spettacolo di struggimento infinito?
un altro mio amico della sicilia mi ha detto che prima di ritornare a milano, se n’è andato una mattina in spiaggia a sedersi, di fronte al mare, e io me lo vedo stretto nel suo cappotto a fumarsi una sigaretta, da solo e in silenzio, a svuotarsi la testa e riempirla di spazio, di aria e di mare infinito. come lo struggimento.
e poi, un terzo amico mio ancora, mi sono ricordata che non mangia le pesche, non mangia le fragole, non mangia cose dai sapori pieni e barocchi. è per tenere a bada lo struggimento. mi disse una volta.

e io ieri pomeriggio ho allineato questi 3 racconti, l’epifania, e ho capito. e se sono stata brava a raccontare avrete capito pure voi perchè io sto bene col grigiomilanese.
mi tiene a bada lo struggimento.

IL post del Natale a Milano

Natale a Milano, ll primo senza millemila parenti, senza viaggi interminabili in treno fino a Caserta, in aereo fino a Napoli, o in macchina con i famosi passaggi da emigrante, quelle macchinate di gente che a stento si conosce , che alle feste comandate stipa le macchine di emigranti fino alle rispettive uscite dell’autostrada, Caianello nel mio caso, coi padri in attesa ai caselli che telefonano ogni 5 minuti, a che altezza state? Che poi non si torna subito a casa no, si fa la chiamata in cucina per sapere se manca qualcosa, no non manca niente, spè ma l’avete presa la mozzarella? vabè già che state prendete un altro poco di pane, ne abbiamo solo 3 kili, non si sa mai.
Il primo natale che mi sono svegliata e non c’era odore di ragù, ho messo la moka sul gas senza dover spostare il pentolone della minestra di scarole con le polpettine, quelle minuscole che ogni anno io e mia sorella diciamo dai compriamo la macchinetta che fa le polpettine, no, smettetela, a mano si devono fare che vengono più buone.  e non c’era da spostare nemmeno la tiellona di terracotta col ragù tuppiante, o la teglia con la genovese, non c’era mio padre in giro a contare le sedie, spostare il divano per fare spazio ai tavoli, accendere l’albero per fare atmosfera, ma quanti siamo quest’anno ma si può sapere?  conta una ventina. si ma 20, 21, 23, quanta gente siamo? vabè conta 25 al massimo stiamo più larghi. Ma tu (io) ancora in pigiama stai? e spicciati che bisogna apparecchiare la tavola. Avete incartato tutti i regali? Papà ià accendi il camino, no accendilo tu che sei più brava, ma fa freddo non voglio uscire a prendere la legna e poi sto ancora in piagiama. E spicciati! E ancora: prendete un tovagliolo grande per zio senò poi si macchia la cravatta col ragù, e i bicchieri, li avete puliti i bicchieri? Scendi in giardino a’mamma e prendi un po’ di rami di pino per decorare la tavola, ma no ià che fa freddo e poi sto in piagiama! Ancora??? e spicciati a’mamma che mò arrivano tutti!

Niente, silenzio. Nessun siparietto natalizio, la mia cucina vuota, io seduta in poltrona in pigiama, eh sì, certe abitudini non cambiano, i fornelli inattivi, tranne quello timidino con la moka, che sisà, il caffè deve salire lento lento…. nessun odore, nessun suono. Anzi no, un suono sì, uno dei condomini è una settimana che prova i notturni di Chopin. pure la mattina di natale. si vede che è studioso. e chi lo sa chi è.
Ma non ero per niente triste, anzi,  cara Milano, è tutto merito tuo, un natale nuovo, con pochi suoni, molto meno cibo del solito, tutto tranquillo. Dopo le settimane di lavoro in libreria ci voleva.
Mi sono goduta il caffè della mia nuova vita milanese come il primo caffè dell’emigrante che torna dall’australia dopo 20 anni e ritrova i suoi sapori.
Solo che io non sono tornata. Sono rimasta.
Ma non poteva durare troppo questa pace, cara Milano, non ti credere che i miei genitori si fanno fare fessi da te, dai tuoi ritmi… sì essi sono venuti a Milano, perchè se maometto non va alla montagna, la montagna si mette sulla macchina e si fa pure la coda a barberino per vedere a maometto, ma prima passa a prendere la mozzarella però.
Dovevano venire a prendermi alle 11 per andare al lago di Como.
Ore 9,30 driin! buon natale a’mamma sei pronta? no sto bevendo il caffè. ià scendi, colazione facciamo per strada. no ià che è presto, salite che non sono pronta e poi… sto ancora in piagiama.
e spicciati!