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Qui si parla di Sardegna

floOgni anno il tema delle vacanze mi si ripropone malamente, come il peperone.
Quest’anno invece, le cose si sono aggiustate che meglio non potevano.
Allora il fatto delle mie vacanze, fa così:
vado in Sardegna.

Un’amica mia, tipica sarda emigrata all’estero, ci ospita a  me e all’amica mia dei viaggi dell’ultimo momento. Andiamo a Orosei.

Digressione. Io sono un po’ arrabbiata con i sardi. Spiego.
La faccenda del separatismo. Io non voglio che la Sardegna se ne vada. La Sardegna è pure mia e non la voglio perdere.
Spiego ancora. Se penso all’Italia, alla mia Italia, alla mia personale geografia dell’Italia, la Sardegna esiste, sento la lingua, gli scrittori, la musica, il canto a Tenores, la storia, Eleonora d’Arborea, Gramsci!, tutto quel vento, e tutto quel mare,  i nuraghi, e poi Piero Angela che una volta a Quark disse che forse Atlantide era la Sardegna (mi pare che disse così).
Tutto questo, virgola, sento che mi appartiene.
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A day in the life

nota: questo post è stato scritto ieri mattina, epperò poi non mi andava internet e non ho potuto postarlo.

Ci siamo. è oggi.
altro che festa del libro, del diritto d’autore, san jordì,  eccetera, oggi in tutto il mondo si festeggia il mio compleanno, essì in tutto il mondo, perché se per esempio mi trovassi in giappone sarebbe comunque il mio compleanno, o sulla luna, o che ne so, nella terra del fuoco.  il mio compleanno è ovunque, il 23 aprile.

nella mia famiglia le ricorrenze si festeggiano assai, ecco perché tutto sto teatro intorno al mio compleanno, no veramente il teatro è nato perché il mio compleanno per quanto mi svegli la mattina piena di gioia, poi finisce che a fine serata sono tristissima per i regali orribili che ho ricevuto. io ogni anno, faccio la conta dei morti.

il giorno del compleanno quando ero più piccola, ero dispensata dal fare le cose in casa, che erano preparare la tavola per la cena, lavare la frutta e sparecchiare. ecco, io non dovevo partecipare a questo rito terribile, soprattutto lavare la frutta. ero dispensata totalmente. ah e mamma mi cucinava le mie cose preferite, soprattutto le patate fritte.
a scuola se era il mio compleanno, a parte che si portavano le pizzette la cocacola e la fanta per festeggiare coi compagni, ma la cosa più importante era che nessuna maestra ti chiamava alla lavagna, e così fino al liceo. professorè oggi è il mio compleanno, ah vebbè non t’interrogo.
all’università niente, finisce la festa. non ti spetta più nessun privilegio. figuriamoci al lavoro.
epperò i forum di cucina a cui mi sono iscritta quando cucinavo assai mi hanno mandato tutti gli auguri, e pure libreriauniversitaria con un buonosconto. amazon no.

a casa mia invece ancora questo giorno è importante. mi telefonano tutti gli zii le zie, i cugini no, sono dispensati, tanto ci pensano i genitori, mamma e papà mi telefonano dicendo all’unisono nella cornetta: auguuuuuri, e io graaaazieeee, e poi mamma dirà e che fai oggi eh? festeggi? e papà: e che ti cucini? bò non lo so poi vedo. e farà una voce tutta interdetta: ma come?! oggi è il tuo compleanno!

più sopra ho accennato ai regali, ai regali di morte che ogni anno ricevo, c’è un post qui sotto e un altro più sotto ancora con il racconto dei regali terribili che infestano questo giorno così importante.
ecco, come ogni anno, anche quest’anno non è da meno. i regali di morte.
ho appena ricevuto una telefonata da zia, (ciao zia) che festante mi annunciava, duepunti: ti ho comprato una bella camicetta rosa coi volàn!

un minuto di silenzio per il volàn.

siete morti? io per un momento sì.
non solo, rosa, ma pure i volàn.  i volàn. sapete cosa sono i volàn? sono delle robe da femmina foufrou.
starebbero bene con la borsa di cavallino secondo me.
non posso fornire prova fotografica, ma spero vi arrivi tutto il mio scoramento…

un amico mio, per sfottere, invece mi scrive:
Ti ho anche comprato numerosi regali assai costosi: fiori di nylon, borsette di pelo di cane, una crociera in Lituania, un disco di musica acusmatica, sei buste di pasti giapponesi liofilizzati, un cuore che ho personalmente realizzato all’uncinetto, sei lattine di birra Poretti, il Meridiano Mondadori di Luciana Littizzetto e un abbonamento al Circo di Barcellona.

siamo solo a metà mattina. e la giornata e assai lunga…

edit: nel frattempo ho ricevuto dei regali bellissimi che quindi non fanno notizia.  sisà, la bellezza non fa cronaca, non tiene ironia, manca di pathos.
per amor della letteratura (…) dobbiamo sperare quindi che arrivino altri regali, brutti, così potrò scriverne.

si avvicina pericolosamente

il mio compleanno.

aneddoto.
l’anno dei miei 24, proprio quello della torta piena di candeline che non riuscii a spegnere in un sol soffio (qualche post più sotto c’è tutta la storia) , tornai a casa a sorpresa dall’università, il giorno prima. mamma mi fece la torta e io chiamai gli amici miei per dire: venite che ci mangiamo la torta.
ma tipo nemmeno un’ora prima dell’appuntamento.
e quelli, gli amici miei, poveretti, non ce l’avevano il regalo. e fecero tutti, ma dico tutti, senza mettersi d’accordo, senza una telefonata, un sms, un mail, niente, fecero tutti la stessa pensata. mi portarono un mazzo di fiori. uno a testa.

mi piacciono a me i mazzi di fiori?
nooo.
ma tutti eh. tutti col mazzolino , tanto che maria la fioraia ancora m’abbraccia quando mi vede.
mi pare l’inaugurazione di un negozio. disse mio padre.

un altro anno mia mamma mi regalò una borsetta rossa con la parte anteriore fatta di pelo di cavallino. si avete capito. no, mia mamma non è roberto cavalli.
me la regalò dicendo: tanto lo so che non ti piace, ma almeno sto con la coscienza pulita sapendo di avere scelto una cosa alla moda.
su quale pianeta le borse di cavallino siano andate di moda ancora me lo sto chiedendo. andai a cambiarla e mi feci fare un buono. non c’era nemmeno una borsa che mi piacesse. alla fine il buono l’ha usato mia mamma.
ve l’ho detto che i miei compleanni sono una storia triste.

un altro anno, non mi ricordo chi, mi regalò una borsa fatta all’uncinetto, a righe bianche e blu con dei frutti pendenti, tutti colorati, sempre fatti all’uncinetto.
no, non avevo 3 anni, ero sempre all’università. adesso la usa mia nipote, 3 anni (lei sì), no nemmeno lei la usa, non tiene il coraggio,  ci gioca, è la borsa della la sua bambolina.

tra qualche giorno è il mio compleanno.  ne faccio 34.
ho 3 capelli bianchi, uno a sinistra della faccia e 2 a destra. proprio all’attaccatura. mia sorella i suoi 3 o 4 se li tinge la mattina col mascara. mamma ha iniziato a farsi l’hennè pochissimi anni fa. ma solo perché quelli bianchi parevano fosforescenti sul nero corvino.  ho due rughe sulla fronte, le rughe di quando la fronte si aggrotta. il mio amico coreano mi diceva che non devo aggrottare la fronte,  perché così svio le energie. esse, mi diceva, vanno da su a giù in giro per il tuo corpo, ma se tu aggrotti la fronte, crei delle linee orizzontali che ostacolano la libera circolazione del flusso.
va bene ci dissi, aggrottando la fronte.

non lo so come andrà questo compleanno, so che c’è già un regalo pronto per me, so che ce ne sono alcuni in preparazione, so che ho creato delle ansie.

io nel dubbio, vado a ballare il tip tap.

La spontaneità è la pima cosa

Tra un po’ sarà il mio compleanno, io sono sempre contenta per il mio compleanno, pure se compio gli anni e mi viene il fiatone a spegnere tutte le candeline.
Una volta era il mio compleanno, compivo 24 anni ed ero a casa e mamma mi fece la torta, la famosa torta di compleanno della famiglia, quella col pan di spagna che mia mamma ma pure io e mia sorella, facciamo in casa con la ricetta di mia nonna, uguale proprio, così come la faceva la mia bisnonna, la mia trisavola e giù fino alla notte dei tempi. Poi una volta metto la ricetta, posso solo anticipare che no, non ci va il lievito, ci va un sacco di pazienza e assai amore. L’amore è importante nella vita come nel pandispagna.
Ah poi la torta di compleanno di famiglia comprende due strati: uno a cioccolato e l’altro a creama. la copertura è a cioccolato se il compleanno è il mio, a crema se è di mia sorella. Ah poi devo pure raccontare il fatto della buccia di limone che serve a profumare le creme. Lo farò, pare che i post con i racconti di casa vi piacciono tanto.
Mi sono persa come al solito, devo finire il fatto della torta dei 24 anni che fa così: mamma mi fece la torta e sulla torta c’erano millemila candeline e io non riuscii a spegnerle tutte insieme come mi vantavo di aver sempre fatto. Mamma ma le hai contate?
eh si a’mmamma. riconta pure tu!
erano 24. quel giorno segnò l’inizio dell’era da grande.
Ma stanotte (voi leggete di giorno, ma qua sono le 3,29) volevo raccontare un altro fatto, che tra poco è il mio compleanno, il 23 aprile, la mia amica mi ha appena detto che sono della prima decade, non so cosa voglia dire, cosa implichi essere toro (sono toro) della prima decade, ma ha anche aggiunto “ti adoro”! allora forse è una cosa buona il fatto di essere della prima decade. ciao Kika!
Allora il mio compleanno. No, non mi interessa quanti anni compio, mi interessa che avrò dei regali. Avrò dei regali? mettiamo che sì, avrò dei regali.
A me chi mi legge lo sa che io mi lamento sempre dei regali, che la gente non mi azzecca mai i regali. e allora, se mi vuoi fare un regalo, leggiti questo post, prendi appunti o se sei originale, e mi vuoi davvero bene, prendi spunto e fammi una sorpresa.
Allora il primo regalo è un disco di Patti Smith che si chiama Banga, la radio m’ha fatto sentire Nine, l’ho voluta risentire almeno settemila volte, poi mi sono decisa a cercare tutto il disco ieri l’ho sentito su spotify, sto ancora qua che lo sento.
poi certo, se siete fighi davvero, potete pure cercare un biglietto per un concerto, magari che ne so, non in italia ma all’estero. vabè, non è una richiesta, è un appunto, prendetelo come spunto. ah se mi prendi il biglietto poi devi venire pure tu, quindi ricordati, 2 biglietti.
poi un altro regalo potrebbe essere andare a vedere un balletto, ma non mi puoi mandare da sola, sappi che devi venire con me, quindi sempre due balleti, no biglietti, scusa.
se non sai come scegliere puoi chiedere alla mia amica Camilla, le ne sa, e sa cosa mi piace. chiedi a lei. però no danza contemporanea, c’è troppo il rischio Pina Bausch, che per carità, brava, riconsco il genio e il valore, ma ho visto il film e mi sono incazzata violenta alla scena delle fette di carne nelle scarpe da punta. delinquenti!
io ho fatto danza classica, sono stata sulle punte. ho sudato alla sbarra. ho mille tutù e il passo a due dello schiaccianoci è ancora la cosa più bella che io abbia mai fatto nella mia vita. quindi, regolati e non essere blasfemo. io sono credente. (cit)
Libri? mi vuoi regalare libri? audace. ti stimo. fallo. ma impegnati però. fatti un giro nella mia libreria di casa prima, fammi le domande trabocchette, e non escludere i libri per bambini, se mi vuoi bene lo sai.
certo è il mio compleanno, possiamo pure uscire a mangiare. scegli tu? va bene. no, cinese no, e nemmeno, e aiutami a dire nemmeno, giapponese. portami chessò, all’armeno, al libanese, o al portoghese, sì restiamo nel mediterraneo per favore. alla pizzeria no jà. un poco di fantasia. è pur sempre il mio compleanno, mi aspetto un po’ di originalità.
sai fare le cose a mano? vuoi farmi una collanina? un braccialetto? sissì! orecchini no, che sono allergica pure all’aria, mi viene l’ascesso all’orecchio. i ninnoli mi piacciono. non esagerare con i decori però. m’hai vista bene? porto i decori? no. eh, fai attenzione.
sei lontano e mi vuoi mandare un biglietto, una lettera, un pensiero? sappi che mi commuovo. ma ora che l’ho scritto non vale. quindi niente biglietto da lontano se non l’hai mai fatto.  se però lo fai ogni anno continua pure… :D
ah! mi vuoi fare la torta di compleanno? brà! solo una cosa ti dico però: non fare la bagna col liquore, i dolci con il liquore io li farei vietare dalla convenzione di ginevra sui diritti dell’uomo. il babà però no.
non vuoi fare la torta ma un dolcetto semplice? si pure mi piacerebbe. ma se ci metti la cannella, te lo metto per cappello, il dolce.
non ti venisse in mente di regalarmi un mazzo di fiori. quelli poi muoiono. a me mi piacciono le cose che restano vive per un poco. una piantina. mi piacciono le piantine. ma no grasse. che poi prendono l’infezione e muoiono. vai a un vivaio e fatti consigliare. no, non fare che te ne esci col ciclamino, quello il ciclamino è bello solo al negozio, appena varcata la soglia poi perde i petali per sempre. a me verdi mi piacciono le piante. o l’ibiscus. no giallo però rosso mi piace. una volta ho cresciuto un ibiscus rosso talmente bello che la gente si fermava a guardarlo sul mio davanzale. qui un po’ di foto  del mio green corner e del mio giardino pensile di due case fa. poi qualcosa è morto durante il trasloco.  ancora ci penso.
va bene, ti ho dato un po’ di idee. studia, impegnati e vedi di non regalarmi cose tipo la cover del cellulare con le orecchie, ‘chè ti scancello.
ma ricorda però, come da titolo, la spontaneità è la prima cosa!

Skating Away

Prima sognavo sempre di volare, però no altissimo, diciamo ad altezza d’uomo, sorvolavo, ecco, sorvolavo, mi suona meglio. Sorvolavo le stanze, le piazze con la gente, la mia classe del liceo, la mia classe di danza, la libreria, parevo uno spiritello.
poi ho sognato che andavo nei posti ed ero vestita sbagliata, c’era freddo e io ero vestita da california, o mi ero scordata una parte dei vestiti, le scarpe o la maglia, o i jeans.
senza fare psicologia spicciola è ovvio che mi sentissi inadeguata in quei periodi, i periodi del cambiamento da una città all’altra, da un lavoro all’altro, sarò brava? sarò capace? oddio gli altri sanno tutto e io non so niente! mi prenderanno sul serio? cose così.
mò invece, è un mese che faccio un altro sogno. bellissimo se possibile.
io pattino. pattino in salita, pattino per le scale, sempre in salita, pattino non sulla pista, no, io pattino in città, schivo le macchine, supero gli autobus a sinistra, screnzata! m’ha urlato una signora stanotte, pattino sui binari del tram, vabè di un sogno parliamo…., pattino sulle strade periferiche di paese quelle tutte brecciose che nessuno va mai a sistemare, quelle coi dossi che ci passano i camion e le macchine veloci che tanto pensano chi mai ci deve passare qua? io ci passo! coi pattini. e state attenti.
stanotte avevo dei pattini blu, tipo quelli fisher price, quelli grossoni, con 4 rotelle, non il massimo del dinamismo, ma io niente, io pattinavo in salita senza sforzo. e mi fermavo pure ogni tanto a guardarmi intorno, e non scivolavo giù.
ho pattinato in salita per le scalette di sant’ercolano a perugia, ho pattinato in salita per quella strada a Cerreto che sbuca per la via di Guardia, quella tutta in salita che “sarebbe chiusa al traffico” dietro casa di zia L., che ci si andava con la panda a provare a partenza in salita quando c’era l’esame della patente, quella via là tutta sbrecciosa che mentre pattinavo in salita mi ricordo che è passata una gallina correndo.
io di notte vado pattinando.
la notte tra giovedì e venerdì, che è stata terribile, avevo un sacco di pensieri terribili, ho pattinato per milano di notte e non c’era nemmeno un lampione. era buissimo. solo i fari delle macchine e dei tram che sbucavano all’improvviso mi venivano contro. ma per fortuna mi sono salvata. svegliata.
questi sogni di pattini me li sto segnando. almeno quello che ricordo, i posti, le salite, la forma dei pattini.
stanotte erano pattini blu, due notti fa avevo dei pattini quelli con la caviglia alta, quelli con tutti i laccetti, d’oro erano, i laccetti e pure i pattini, dorati.
la mattina mi sto svegliando con tutto un dolore di gambe, dice che pattinare fa venire le gambe belle… ma se pattino nel sogno vale lo stesso?
nei sogni non ho mai i pattini da runner seria, da tipa tosta, io non sono una tipa tosta. io se mi guardi non faccio mica paura. nemmeno nel sogno. come la tipa nella foto. così sono io. la foto si chiama “felice giovane donna sui pattini a rotelle nel parco in autunno” giuro. facciamo che coi pattini sono, sarò così.
mi ci vedo, (mi ci vedo?) col caschetto, no che poi mi acciacca i capelli, il ciclista, no il ciclista nemmeno che fa le cosce a salsiccia,  le ginocchiere, no dai le ginocchiere no che spezzano la circolazione,  e i paragomiti, no nemmeno i paragomiti no, che sfigata. però i guantini della tipa nella foto, quelli sì.
no ma andiamo avanti col sogno, per la vita vera c’è tempo.
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Tema: ti sei comprata il Kindle, eh, e mò?

kinderMi sono comprata il Kindle.
Non l’ho fatto prima non per questioni ah io l’odore della carta. No, pigrizia. Paura di spendere soldi che non avevo, no ma più la pigrizia. Come per lo smartphone. Pigrizia. Poi un giorno mi sono decisa, e l’ho comprato. No, bugia. Ci ho messo 6 mesi per decidermi. Forse non era nemmeno la pigrizia. Era una cosa nuova, e dovevo un po’ studiare per decidere. Aifono o non aifono? e se non aifono, che scegliere? Ogni volta che facevo finta di andare, mi capitava qualcosa, il negozio era chiuso, c’era troppa fila, la mia carta non andava bene… Alla fine l’ho comprato, lo smartofonino. E’ stato facile. Anche grazie al tifo che ho ricevuto.  E pure il kindle, è stato facile, ma senza tifo però.  Lo so che ci guarderemo per una settimana, me lo terrò sul comodino e non gli darò da mangiare. Che gli do da mangiare? Che dieta gli farò seguire? Con lo smartofonino mi sono data una condotta, per usarlo in modo intelligente, e pure col kindle mi voglio dare una condotta. Che cosa ci voglio leggere lì dentro? I classici? no. Sicuro i classici no. E perchè no, perchè i classici, se mai avrò dei figli, voglio lasciarglieli in eredità. Oddio forse non tutti. Ci posso leggere quei classici che bisogna aver letto per stare al mondo, quelli che mi possono servire al lavoro, che tanto si trovano gratis.
Che io, se ci penso bene,  solo i libri posso lasciare. I miei libri. Quelli sottolineati.
Questo ciò.
Quando leggo un libro che poi dentro, tra le righe, ci lascio il cuore, i pensieri, le righe di sottolineatura a matita, poi voglio prestarlo. Voglio prestare proprio quella copia lì con le mie sottolineature, con la mia lettura dentro, con le pagine che pesano di più perchè alla carta e all’inchiostro s’è aggiunto il peso del mio guardo. Sì lo so, ho detto una cosa romanticona da ah io l’odore della carta. Ma no, che poi la carta puzza, fatevene una ragione e gli inchiostri sono tossici. e la stampa la fanno in cina! State piangendo eh?…
Alla fine faccio la libraia di carta, mi sarà concesso un po’ di sentimento o no? (prima di restare disoccupata come i venditori di dischi…che i dischi ci sono ancora, ma i venditori di dischi pare di no)
Forse ci leggerò i libri per diventare più intelligente. I saggi, le cose di scuola. A sì, tra poco riandrò a scuola, ma questa è un’altra storia. O i gialli. Ci leggerò i gialli, i romanzi che devo leggere per lavoro, no quelli no che al lavoro li prendo gratis…ci leggerò, non lo so che ci leggerò, appena lo capisco lo dico.
Di sicuro avrò tutt’e due. Carta e pixel. Come la musica. Adesso mi voglio ricomprare il giradischi. Che quello che avevo a casa è morto. Voglio il giradischi e mi voglio comprare i dischi. Dischi di cui ho gli mp3 e il cd. E voglio pure il disco. Per esempio adesso mentre scrivo sto ascoltando questo. Dice vabbè, grazie. Sì, appunto. Prego.
Ma meglio di me lo spiega Matteo B Bianchi, il perchè voglio tutt’e due, il pane e le rose, leggete che scrive:

La domanda che si pone però è un’altra: perché tra un libro di un autore che amo e il suo corrispettivo ebook non ho un attimo di esitazione nella scelta di acquistare il primo? Perché di certi gruppi continuo a comprare i cd?
La risposta è semplice: perché li voglio. E volere equivale a possedere. E possedere, fino a prova contraria, implica la fisicità. Devo toccarli. Devo esporli sullo scaffale. Devo ricordare a me stesso che esistono, che mi stanno intorno e con la loro presenza formano il mio carattere, la mia cultura, i miei gusti, il mio conforto, il mio essere me.
In sintesi, più banalmente, forse basterebbe riprendere le parole di una celebre filosofa del secolo scorso: “ ‘cause we are living in a material world and I am a material girl”.
(lo dice qua)

Il post che S’Illumina di musica

L’ultima mattina a parigi ci siamo messe a fare una colazione tranquilla e a parlare di musica. la mia amica ha un orecchio molto diverso da mio. lei sente subito le parole. si ricorda i testi di canzoni vecchissime. io no. io sento prima la musica. e mi ricordo tutti i suoini. mi ha sempre affascinato questa diversità, queste due strade che poi spesso ci hanno portato allo stesso posto, agli stessi ascolti.
spesso, ma non sempre. ora per esempio, non stiamo più condividendo la musica. lei è una che la musica la cerca, io aspetto che arrivi. poi non sono immersa in un mondo di gente di musica, non frequento locali, E I MIEI AMICI IN ASCOLTO NON MI FANNO PIU’ le  LE CASSETTE. (spero che il messaggio sia passato, CARI AMICI IN ASCOLTO, eh).
sabato mattina, col caffè e la baguette imburrata ascoltavamo questi nuovi giovani, Dente, Colapesce, e Dimartino. c’è questa canzone di Colapesce, S’illumina. Il video mi ha un po’ commossa. Ce lo siamo guardato zitte, quella valigia è un po’ simile alla nostra scatoletta dei ricordi dell’università, di quegli anni in cui siamo diventate amiche, anni che ci hanno rese quello che siamo. la generazione ryanair. Ci ho trovato i dischi, il libro di Carver, che anch’io Carver, l’epifania, proprio in quegli anni. Le medicine, i biglietti dei treni, dei concerti, le foto. l’amore. una vita fa.

Mentre guardavamo il video lei mi fa, senti, senti che dice:  “Programmo le mie ore per l’accumulo di luce” questa canzone parla della luce di Siracusa. La luce ritorna spesso nei nostri discorsi. i nostri amici portatori di mare, di vacanze e di racconti, quando ci accompagnavano nel loro mondo, ci portavano a vedere la luce. la luce, in calabria, in sicilia, è un luogo in cui si va, un posto in cui si sta, un pensiero che ci si porta via, dentro la valigia.
La sera prima il mio amico siciliano parigino passeggiando per Bastille, mi parlava delle stesse musiche, di quando in Sicilia apparve Carmen Consoli, di come lei con le sue note inattese e i suoni distorti riuscisse a raccontare il suo mondo, che era anche il mio, diceva il mio amico. parlava una lingua nuova. e poi devi sentire Satellite, sempre di Colapesce con Meg. solo che io Meg, non rieco più ad ascoltarla,  mi sembra sempre di stare all’occupazione del liceo con i 99 posse. anche se, pure lei nel ritornello dice: con le note proverò…
Quello che sei per me
è inutile spiegarlo con parole
con le note proverò
cercando nuovi accordi e nuove scale
Mentre ascolto una canzone, il mio orecchio cerca la musica, non sa leggere le parole. la mia amica dice che è questione di formazione. quando studiavo danza la maestra prima di insegnarci i passi del balletto, ci metteva sedute e ci insegnava la musica su cui, no, anzi, con cui, meglio, avremmo ballato. sentite gli accenti, cercate le forme, visualizzate i colori, le altezze e i pendii. credo che questo approccio sia ancora molto forte in me. alle parole ci arrivo poi, a volte non ci arrivo proprio.
ecco perchè questi nuovi giovani indie non mi arrivano alle orecchie. il testo di parole è più importante del testo di note e il mio orecchio fa fatica.
Una volta eravamo in giro in macchina in emilia sempre con la mia amica e ascoltavamo i Baustelle. senti senti, mi diceva. e io sentivo. lo sai che queste parole non mi parlano? questa vita raccontata qui dentro appartiene a un mondo lontanissimo per me. al sud i baustelle non è che siano così ascoltati. quello è il mondo toscano, emiliano romagnolo, lombardo. un modo di essere giovani con ritmi e lessico estranei al mio. ho ascoltato bene i testi, e mi sono piaciuti, ma non ci ho trovato lo struggimento che ci trovava lei. a lei quei suoni, quelle parole, raccontavano un mondo, il suo.
io non ce l’ho una musica che mi racconta il mio mondo.
un mio amico poco tempo fa mi ha chiesto qual è il tuo libro? il tuo scrittore? io non gliel’ho saputa dare una risposta. e la tua musica? nemmeno.
io invidio un pochino questi miei amici carichi di queste forti passioni, per quel genere di musica, quel cantante, quel genere di scrittura, quello scrittore in particolare. li dichiaro miei referenti ufficiali e mi faccio raccontare questi mondi, questi suoni, questi libri, queste storie.

e io? cosa racconto?

Il post che va pensando per Parigi pt.2

considerazioni varie e sparse su questo stare a parigi, scritte veloci perchè devo uscire.

sono andata a belleville. non mi è piaciuto per niente. mi è parso un ghetto. forse ho girato le motsstradine sbagliate, forse non ho più 25 anni e quella finta integrazione tra mondo arabo e mondo europeo non mi affascina più. ho visto librerie islamiche con manichini in vetrina che indossavano burqa in quella strada che se tu la percorri tutta a scendere arrivi al Marais. mi è parso un controsenso enorme. quel tratto di strada, quei 100 metri di librerie islamiche con libri: il fallimento della modernità, il ruolo della donna coperta, quei manichini -che chi conosce la mia fobia dei manichini potrà immaginare l’ansia che m’è montata…- quei manichini e tutto quel silenzio in quei 100 metri di mondo mi hanno fatto stare male. è un ghetto. non è integrazione. dice che ci vogliono decenni per l’integrazione. per capirsi, per guardarsi in faccia. ma intanto, a me belleville m’è sembrato un posto chiuso. e me ne sono andata a cercare conforto in un biscotto al cioccolato. però la prossima volta che torno a parigi mi ci faccio portare da qualcuno che ne sa.

garsi miei amici che stanno qua sono venuti per vivere la loro vita, una casa, un lavoro, un amore, una città.
no come me in italia che la mia vita è tutta chiusa in tante scatoline: il mio scaffalino al lavoro, la mia camera in un appartamento in condivisione il mio mobiletto in cucina, il mio cassetto in bagno. la mia vita è tutta chiusa in un mobile ikea. vivo in una vita priva di orizzonte. non lo vedo mai l’orizzone a milano. tutte le mie cose in un minuscolo spazio vitale. è un po’ di tempo che penso che per me la migliore forma narrativa è il racconto, non migliore in assoluto, ma migliore per me. secondo me le cose sono legate. il romanzo ha orizzonti più lunghi, a volte infiniti. ma in questa mia vita piccolina io l’orizzonte non riesco più a concepirlo, nemmeno fisicamente. e la mia testa ormai abituata a riporre tutto in cassettini, anche i pensieri, ha un raggio d’azione che s’è accorciato.come i racconti. una storia in poche righe. come la mia vita.
gli amici miei ancora non hanno fatto l’uovo, però poco ci manca. hanno una casa, quasi un madonnalavoro. e la città non è che sia genitile con i nuovi arrivati. la città quando arrivi è dura. che ti credi che stai in vacanza? ti faccio patire per avere i sostegni, ti faccio patire per trovare una casa, ti faccio patire con il francese che se non pronunci bene faccio finta di non aver capito. ti faccio patire per vedere se ti devo credere.
ma alla fine, se resisti, se perseveri, se ti pianti agli uffici e punti gli occhi in faccia all’impiegato e quello non può fare altro che crederti, allora, parigi, diventa una mamma. only the brave. e se tu sei brave, ma tanto brave, ma proprio brave brave brave, tu qua ci resti, ci fai l’uovo, pianti le tende, arredi il mattone e vivi felice. certo, senza bidè.

Il post che va girando per Parigi pt.1

20130130_112943ieri mattina ho preso un treno a Garibaldi e sono venuta a Parigi. ci starò fino a sabato, se sono proprio brava proverò a scrivere un diario.
la prima volta che sono venuta a parigi era un sacco di anni fa, con mia sorella e i suoi amici grandi. io invece ero piccola. molto. essi erano grandi, non erano mai stati a parigi ma sapevano già tutto, la metropolitana, i biglietti, i posti fighi, muoversi. chiedere, parlare, parigi, tutta la sapevano. io sapevo solo un poco di francese, anzi no, la sapevo bene la grammatica e pure un poco di letteratura, mi ricordo che mi ero letta da poco Germinal di Zola e ero rimasta coltpita. no anzi no. strappata. quel libro ti strappa, non so bene cosa, ma ti strappa. forse ti strappa a te un poco dalla tua vita. ma va bene. sto divagando. dicevo, di tutta quella letteratura e di tutta quella grammatica non me facevo niente. a parlare non sapevo tanto parlare perchè a scuola t’insegnano le cose, ma a parlare no. il francese era una lingua muta per me. e quindi ero impacciata. e me ne stavo zitta. mi facevo portare da loro e li ammiravo per come sapevano prendere delle decisioni in questo posto magico e nuovo. poi erano grandi, sapevano le cose degli scrittori che avevano vissuto qua, e i pittori. così a memoria. e io stavo sempre zitta.
ah poi vedemmo arrivare il tour de france. c’era Pantani. no anzi, Pantanì.

la seconda volta che sono stata a parigi era a capodanno 2000. prendemmo il treno da napoli fino a milano, poi a milano ci rendemmo conto che erano stati emessi più biglietti rispetto al numero delle persone. panico in centrale. polizia. treno aggiunto. ma comunque c’era troppa gente. non avevamo il posto assegnato. dormimmo per terra nel corridoio. tutti i corridoi del treno erano pieni di gente che dormiva per terra. il controllore passò arrampicandosi sul corrimano. mi ricordo che subito scattò un comercio di quelle sigarette con la droga dentro, fette di pane e nutella e taralli.
a parigi dormimmo in 8 in uno studio, anzi studiò, di un amico di un’amica di un’amico. era minuscolo. senza riscaldamento e il bagno era sul pianerottolo del palazzo. ma eravamo giovani e belli e per strada tutti cantavano la canzone della bonne anneè, la torre illuminata era bellissima, c’era pieno di italiani, faceva un freddo cane e la metro chiuse a mezzanotte. per tornare ci facemmo, e non me lo scorderò mai, 14 km a piedi. non avevamo una mappa, non avevamo niente. e pure tornammo.

la terza volta che sono venuta a parigi ci sono venuta con l’università, in gita. con un pullman da perugia che per evitare l’autostrada facemmo tutto un giro passando bò, per le marche non mi ricordo. l’autobus era vecchio, noi eravamo assai. quando arrivammo in francia gli studenti erasmus albanesi proposero di sentire la radio francese. ma ci fu la rivolta perchè la radio francese notoriamente è tamarra. almeno, le canzoni francesi lo sono. poi arrivarono gli studenti salentini e misero la pizzica. ci fu la guerra.
io dovevo fare dei giri per la mia tesi sugli Armeni che poi non ho mai finito. me ne andai alla libreria armena, che sta mi pare nei pressi della sorbona, i librai erano due vecchi signori grassocci e un po’ cecati. mi parve di entrare in un buco temporale. eravamo fermi al 1940. i due librai, cicì e cocò, vecchi, grassocci, cecati e pure un poco sordi, si litigavano per chi dovesse dare retta alla belle fille italienne. bevvi un thè caldo ai fiori di qualcosa seduta su una poltrona di vecchio cuoio. mi regalarono un libretto in armeno delle poesie di Daniel Varujan. era IL Canto del Pane. chi lo sa che fine ha fatto.

la quarta volta che sono venuta a parigi era per la gita di famiglia. prima con la mia famiglia più la famiglia di mia zia facevamo dei viaggi a pasqua. il pullmino facevamo. zia ha circa 70 anni e deve ancora finire di vedere il mondo. e noi la portiamo. non sono mai stata a parigi. evvabbè, mò ti portiamo. e siamo andati. noi e loro col pullmino, guidava papà. negli zainetti avevamo i panzerotti all’amarena che zia aveva preparato prima di partire e pure una fetta per uno di torta mantovana che è la mia preferita. poi mille altri dolcetti che ogni giorno spuntavano dalla sua borsa e ci davano la scusa per fare dei ricchi pic nic nei giardini di parigi. quando facevamo le file per entrare nei posti, indimenticabile la fila alla Sainte Chapelle, zia nell’attesa tirava fuori mò un panino dolce al cioccolato, mò un panzerotto, e noi facevamo queste merendine dolci che tutti c’invidiavano. quando zia distribuiva il panzerotto all’amarena vedevi che i colli parigini s’allungavano e qualcuno azzardava: questce que c’est? eh, sapessi…
non prendemmo mai la metropolitana. non sono stanca, camminiamo. ancora mi ricordo i mali di schiena. ma zia doveva vedere parigi. e noi appresso a lei.

la quinta volta è questa qua.
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Il post grigiomilanese

Ma tutto questo cielo grigio milanese, ma non ti fa stare male?
Da quando sono a Milano questa forse è la domanda più frequente, ma sempre dopo  come ti chiami?
e la risposta? la risposta decisamente, è no. non ho mai avuto dubbi.
certo, il grigio, va bene che è sempre di moda, che sta bene su tutto, ma questo cielo perennemente grigio,tutto si può dire meno che sia bello.
milanesi lo sapete che nel mondo si dice grigiomilanese? fatevene una ragione ma si dice così, ma se penso che esiste pure il colore fumodilondra, sono quasi certa che tra un po’ uno stilista trendy sdoganerà il grigiomilanese e allora potremo vantarci anche del nostro cielo nel mondo. (anzi no, pare sia stato già sdoganato…)

ieri sono andata in un posto lontano dal centro, in periferia, ed ero molto contenta di andare dove stavo andando. e quando sono molto contenta di andare dove sto andando, se ci sto andando in metro o a piedi, io non riesco a estraniarmi, a leggere o sentire la musica. mi guardo intorno perchè il mondo mi sembra bello e invitante di colori (cit) pure se intorno, dai finestrini della metro -che a un certo punto la metro va in superficie- e pure dagli occhi miei mentre camminavo, non vedevo altro che questo mondo  grigiomilanese. il cielo, gli alberi spogli, la periferia, i prati deserti, la pioggerella. e niente. non mi veniva la malinconia, non mi veniva la tristezza. non mi veniva il jazz.
dice, ma tu non sei meridionale? il sole il mare i sapori i colori eccetera eccetera? certo. si, tutto giusto. ma com’è possibile?
ci ho pensato spesso a questa cosa. al grigio che non mi fa venire il jazz.
va bene che sono arrivata a milano e avevo già il lavoro e gli amici e poi era aprile e in aprile col pensiero dell’estate, col caldo, i fiori, l’animo che si risveglia e la pelle che si fa bella, non esiste il grigio, o non te ne accorgi che c’è. che poi milano ha una bellezza tutta segreta e io ho avuto il tempo e la fortuna di trovarla, ma questo è un altro racconto, lo scrivo un’altra volta. il protagonista oggi è il grigio. e pure quando è arrivato, questo grigio,  io niente, non ero triste, non lo sono ora e ieri pomeriggio ho capito proprio che non lo sarò. ho avuto un’epifania,  fa così:

un mio amico una volta, eravamo a reggiocalabria, poggiati sulla ringhierona splendida del lungomare di reggiocalabria a raccontarci i segreti, e c’era il tramonto rosso e in faccia  la sicilia, mi dice, di fronte a quello splendore irripetibile, mi dice, ma secondo te come deve essere la vita di un bambino che cresce in un posto in cui tutti i giorni si ripete questo spettacolo di struggimento infinito?
un altro mio amico della sicilia mi ha detto che prima di ritornare a milano, se n’è andato una mattina in spiaggia a sedersi, di fronte al mare, e io me lo vedo stretto nel suo cappotto a fumarsi una sigaretta, da solo e in silenzio, a svuotarsi la testa e riempirla di spazio, di aria e di mare infinito. come lo struggimento.
e poi, un terzo amico mio ancora, mi sono ricordata che non mangia le pesche, non mangia le fragole, non mangia cose dai sapori pieni e barocchi. è per tenere a bada lo struggimento. mi disse una volta.

e io ieri pomeriggio ho allineato questi 3 racconti, l’epifania, e ho capito. e se sono stata brava a raccontare avrete capito pure voi perchè io sto bene col grigiomilanese.
mi tiene a bada lo struggimento.