Il post che va girando per Parigi pt.1

20130130_112943ieri mattina ho preso un treno a Garibaldi e sono venuta a Parigi. ci starò fino a sabato, se sono proprio brava proverò a scrivere un diario.
la prima volta che sono venuta a parigi era un sacco di anni fa, con mia sorella e i suoi amici grandi. io invece ero piccola. molto. essi erano grandi, non erano mai stati a parigi ma sapevano già tutto, la metropolitana, i biglietti, i posti fighi, muoversi. chiedere, parlare, parigi, tutta la sapevano. io sapevo solo un poco di francese, anzi no, la sapevo bene la grammatica e pure un poco di letteratura, mi ricordo che mi ero letta da poco Germinal di Zola e ero rimasta coltpita. no anzi no. strappata. quel libro ti strappa, non so bene cosa, ma ti strappa. forse ti strappa a te un poco dalla tua vita. ma va bene. sto divagando. dicevo, di tutta quella letteratura e di tutta quella grammatica non me facevo niente. a parlare non sapevo tanto parlare perchè a scuola t’insegnano le cose, ma a parlare no. il francese era una lingua muta per me. e quindi ero impacciata. e me ne stavo zitta. mi facevo portare da loro e li ammiravo per come sapevano prendere delle decisioni in questo posto magico e nuovo. poi erano grandi, sapevano le cose degli scrittori che avevano vissuto qua, e i pittori. così a memoria. e io stavo sempre zitta.
ah poi vedemmo arrivare il tour de france. c’era Pantani. no anzi, Pantanì.

la seconda volta che sono stata a parigi era a capodanno 2000. prendemmo il treno da napoli fino a milano, poi a milano ci rendemmo conto che erano stati emessi più biglietti rispetto al numero delle persone. panico in centrale. polizia. treno aggiunto. ma comunque c’era troppa gente. non avevamo il posto assegnato. dormimmo per terra nel corridoio. tutti i corridoi del treno erano pieni di gente che dormiva per terra. il controllore passò arrampicandosi sul corrimano. mi ricordo che subito scattò un comercio di quelle sigarette con la droga dentro, fette di pane e nutella e taralli.
a parigi dormimmo in 8 in uno studio, anzi studiò, di un amico di un’amica di un’amico. era minuscolo. senza riscaldamento e il bagno era sul pianerottolo del palazzo. ma eravamo giovani e belli e per strada tutti cantavano la canzone della bonne anneè, la torre illuminata era bellissima, c’era pieno di italiani, faceva un freddo cane e la metro chiuse a mezzanotte. per tornare ci facemmo, e non me lo scorderò mai, 14 km a piedi. non avevamo una mappa, non avevamo niente. e pure tornammo.

la terza volta che sono venuta a parigi ci sono venuta con l’università, in gita. con un pullman da perugia che per evitare l’autostrada facemmo tutto un giro passando bò, per le marche non mi ricordo. l’autobus era vecchio, noi eravamo assai. quando arrivammo in francia gli studenti erasmus albanesi proposero di sentire la radio francese. ma ci fu la rivolta perchè la radio francese notoriamente è tamarra. almeno, le canzoni francesi lo sono. poi arrivarono gli studenti salentini e misero la pizzica. ci fu la guerra.
io dovevo fare dei giri per la mia tesi sugli Armeni che poi non ho mai finito. me ne andai alla libreria armena, che sta mi pare nei pressi della sorbona, i librai erano due vecchi signori grassocci e un po’ cecati. mi parve di entrare in un buco temporale. eravamo fermi al 1940. i due librai, cicì e cocò, vecchi, grassocci, cecati e pure un poco sordi, si litigavano per chi dovesse dare retta alla belle fille italienne. bevvi un thè caldo ai fiori di qualcosa seduta su una poltrona di vecchio cuoio. mi regalarono un libretto in armeno delle poesie di Daniel Varujan. era IL Canto del Pane. chi lo sa che fine ha fatto.

la quarta volta che sono venuta a parigi era per la gita di famiglia. prima con la mia famiglia più la famiglia di mia zia facevamo dei viaggi a pasqua. il pullmino facevamo. zia ha circa 70 anni e deve ancora finire di vedere il mondo. e noi la portiamo. non sono mai stata a parigi. evvabbè, mò ti portiamo. e siamo andati. noi e loro col pullmino, guidava papà. negli zainetti avevamo i panzerotti all’amarena che zia aveva preparato prima di partire e pure una fetta per uno di torta mantovana che è la mia preferita. poi mille altri dolcetti che ogni giorno spuntavano dalla sua borsa e ci davano la scusa per fare dei ricchi pic nic nei giardini di parigi. quando facevamo le file per entrare nei posti, indimenticabile la fila alla Sainte Chapelle, zia nell’attesa tirava fuori mò un panino dolce al cioccolato, mò un panzerotto, e noi facevamo queste merendine dolci che tutti c’invidiavano. quando zia distribuiva il panzerotto all’amarena vedevi che i colli parigini s’allungavano e qualcuno azzardava: questce que c’est? eh, sapessi…
non prendemmo mai la metropolitana. non sono stanca, camminiamo. ancora mi ricordo i mali di schiena. ma zia doveva vedere parigi. e noi appresso a lei.

la quinta volta è questa qua.
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5 pensieri su “Il post che va girando per Parigi pt.1

  1. Piero Bufano

    Proprio ben scritto. Lo so, sono un lettore professionista. E, a proposito, Parigi è proprio così. Non è la città che uno vede mentre la guarda, è la città che uno sa. Chi non sa niente di Luis le grand, di Toulouse Lautrec, dell’ecole politecnique, di tutti gli artisti e gli avventurieri e le cantanti,
    e guarda Parigi dalla butte di Montmartre, vede solo un mare di tetti grigi.

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